IL RACCONTO DI DON MARIO
Nella mattinata del 14 Gennaio dell'anno 1944, io. Sac. Mario TONELLO, mi trovavo nella casa della dottrina cristiana di Marostica
Verso le ore 10 avevo iniziato la lezione di grammatica italiana col gruppetto di ragazzi della scuola parrocchiale frequentanti i primi tre anni della scuola media.
Ricordo bene il tempo metereologico di quel giorno: splendeva il sole, ma il freddo rigido costringeva a tenere accesa la stufa nella stanza dove tenevo lezione.
Ad un tratto alcuni colpi precipitosi alla porta interruppero il dialogo tra il prof Mario e gli alunni. Il sagrestano Gino Scalco (egli pure ancora vivente) apparve sull'uscio e annunciò: "Presto, Don Mario, Mons. Arciprete lo speta in piaza, perche gà da rivare dei partigiani che deve essere fusilà dai tedeschi. Presto!"
Licenziai gli alunni attoniti più di me per la dolorosa notizia. Buttai sulle spalle il mantello, in testa il tricorno e via... per incontrare Mons. Luigi Fiorio in Canonica o fuori.
La piazza era deserta, ma inondata di tanto sole. M'avviai verso il ponte del Castello Inferiore, sede del Municipio, dove scorgevo crocchi di persone. Mons. Fiorio mi spiegò:
-Tra poco arriveranno da Vicenza quattro condannati a morte dal tribunale nazi-fascista, per rappresaglia della morte del signor Caneva ucciso il 21 Novembre u.s.. Per incutere timore alla gente l'esecuzione sarà fatta qui in piazza".
Poi fu concluso che fosse realizzata nel cortile interno del Castello.
Giungevano automobili e camions con Autorità italiane e tedesche. Fui colpito ad un tratto dalla vista di un furgone, tutto chiuso, che, apertosi dalla parte posteriore, lasciò scendere quattro giovani scortati da guardie in grigio-verde e in divisa tedesca. La macchina scenografica dell'esecuzione capitale dei quattro giovani andava addentandosi e ordinandosi. Mons. Fiorio (a me sembrò tremante) mi disse. "EI vaga lu a confesare quei quatro tusi! Mi prestai serenamente. Un ufficiale tedesco, rivolgendosi ai quattro, ammanettati a due a due, ed a me gridò: "Avete mezz'ora di tempo" .
Chiesi ad una guardia che i giovani fossero sciolti così che io potessi ascoltarli singolarmente. Non ottennni nulla. Mi ritirai sotto i portici del cortile interno, in un angolo che giudicavo più tranquillo, fuori dal trambusto e via-vai sempre più crescente.
VACCARI Decimo e PROVOLO Bruno erano legati insieme ai polsi. Procurai di aiutarli a prepararsi a ricevere la Santa Assoluzione e ad affrontare l'esecuzione capitale.
Decimo VACCARI della Parrocchia di Santa Maria di Marostica, non ancora ventenne, fu il primo che accompagnai nell'angolo presso l'attuale lapide-ricordo. Mi ricordo che un alto mucchio di tavole accatastate era alle spalle del primo fucilando. A venti metri circa stava schierato il plotone di esecuzione (sei uomini inginocchiati e sei in piedi). Osservavo con gli occhi bassi il giovane Decimo Vaccari che, ricevuto l'ordine di lasciare i compagni, si levava la giacca stracciata dicendo forte: "Cosi' le pallottole passeranno meglio".
lo stavo a fianco del giovane VACCARI che, ritto davanti al plotone di esecuzione, colle spalle quasi aderenti al mucchio delle tavole, dovette udire un ufficiale tedesco, che in un suo stentato italiano dichiarò':
"VA CCA RI Decimo è condannato alla fucilazione perche bandito Avete nulla da dire?"
Decimo era così stordito che non rispondeva niente. Io suggerii "Sia lodato Gesù Cristo".
Desideravo che nostro Signore raddolcisse quei momenti cosi tragicamente torbidi.
"Volete essere bendato?" continuava l'ufficiale, secondo un formulario prefabbricato. Decimo scorse presso di se una guardia con una grande fascia bianca in atto di alzarla se egli lo avesse desiderato. Il giovane spavaldamente con la testa e con le mani fece cenno di non voler gli occhi bendati. Io, con le gambe tremanti, mormorai:
"Alza gli occhi al cielo, dove ti aspetta Nostro Signore Gesù, che pure è morto ucciso, perdonando a tutti".
Obbedii di ritirarmi presso gli altri tre giovani.
Una forte deflagrazione scosse PROVOLO Bruno da Santa Croce di Vicenza. Ora toccava a lui. Mi dava l'impressione di essere in preda a un'emozione incredibile. Come Vaccari e gli altri era fuggito sui monti dell'Altopiano di Asiago per non presentarsi all'arruolamento repubblichino. NODARI Luigi della classe 1921 era da Nove di Bassano -carabiniere.
Davanti al plotone di esecuzione, dopo le parole di prammatica del funzionario tedesco: "Avete nulla da dire" egli disse: "Viva Dio, viva la Patria, viva i Carabinieri'.
Aveva dichiarato di perdonare ai giudici e aveva abbracciato un ufficiale tedesco che li aveva difesi nel processo. Ultimo rimase nell'angolo Giovanni ROSSI del 1924 del Sasso di Asiago, in divisa grigio-verde. Singhiozzava forte. Dopo aver unto con l'olio degli infermi sulla fronte ciascun fucilato, io tornavo a chi toccava.
Ricordo che, impressionato per il tumultuoso pianto del ROSSI gli chiesi: "Ma perché piangi anche adesso che il perdono di Gesù ha cancellato in te tutto quanto ti poteva angustiare?". Egli, mostrandomi il portafoglio, estrasse e mi consegnò una fotografia d'una donna da cui volle per una particolare delicatezza e gravità che aveva raggiunto la sua coscienza in quel momento supremo. Questo particolare si fissò talmente nella mia memoria che, in molte occasioni, parlando ai giovani io ebbi a ripetere: "Nel momento della morte vedremo le nostre azioni sotto una luce diversa".
Le quattro salme furono trasportate al cimitero senza nessuna pompa la sera stessa.
l quattro nomi dei giovani "banditi" mi si ficcarono talmente nella memoria che più volte, nella celebrazione delle SS. Messe e nella preghiera, li raccomandai alla Misericordia infinita del Padre Celeste.
Scritto a Milano il 18 dicembre 1970 come atto penitenziale e di suffragio per le anime dei fucilati il 14 Gennaio 1944.
D. Mario Tonello
IL RACCONTO DI MONS. FIORIO
La mattina del 14 gennaio 1944 il Commissario prefettizio si recò in Canonica di S. Antonio Abate e riferì all'Arciprete, Mons. Luigi Fiorio, che i Tedeschi lo attendevano in Municipio, perché quattro persone dovevano essere fucilate.
Lo informò che si trattava di 4 giovani presi con le armi in pugno a Montagna Nova, che erano stati processati e condannati a Vicenza e venivano fucilati a Marostica, per essere uno cittadino di Marostica (Vaccari Decimo) uno di Nove (Nodari Luigi) e tutti essendo stati catturati sui nostri monti.
Preso con sé il Cappellano, Don Mario Tonello, l'Arciprete si avviò, attraverso la piazza deserta. Davanti al Castello era fermo un camion militare.
Entro il portone tra la porta dell'attuale Ufficio dei Vigili Urbani e quella di Anagrafe erano 4 ragazzi sui 20 anni, ammanettati a due a due (il polso di uno con quello di un altro) fra gendarmi tedeschi. Due portavano sul petto una piastra metallica appesa a una catenella; v'era un medico tedesco, uno o due ufficiali della Wermacht del Tribunale militare che li aveva processati.
Nel cortile, il plotone di esecuzione, composto tutto di soldati tedeschi con la fronte chiusa nei caratteristici elmetti, era già schierato su due file. A disposizione v'erano alcuni italiani in divisa della X Mas. Si fece incontro all'arciprete un colonnello che gli chiese: "Lei essere il parroco?" Alla risposta affermativa quegli replicò:
"Noi consegnare a Lei questi quattro perche li confessi, poi Lei consegnare a noi perche li fuciliamo."
L'Arciprete domandò che venissero liberati dalle manette per la confessione. Il Colonnello riflettè a lungo e infine rispose: "Non essere possibile."
I Sacerdoti accompagnarono allora i condannati nel cortile del Castello, in disparte; due ne confessÒ Monsignore, due D. Tonello, ponendosi successivamente al fianco di ciascuno dei prigionieri e pregando l'altro di voltare la testa per non sentire la confessione del compagno.
Confessati e assolti li consegnarono al Colonnello e i gendarmi li condussero di nuovo nell'atrio, presso il portone d'ingresso, donde potevano vedere il plotone di esecuzione sparare, ma non vedevano il proprio compagno morire.
Il palo dell'esecuzione era stato piantato, infatti, dove ora sorgono i quattro alberelli; dietro, casualmente, si trovavano accatastate molte tavole vecchie, ragion per cui non si scorge sul muro alcuna traccia di pallottole.
Un Ufficiale italiano offerse ai condannati una sigaretta. Cominciò la cerimonia precisa e crudele della esecuzione. Uno ad uno vennero chiamati e legati al palo con una fune.
Il Colonnello leggeva la sentenza: "condannato a morte perché bandito". Avvertiva che la domanda di grazia era stata respinta. Poi chiedeva se avessero qualche cosa da dire. Qualcuno chiese qualche cosa e ne venne presa nota. Infine veniva domandato: "Volete essere bendati?"
Due chiesero di essere bendati e due no. Il plotone di esecuzione si disponeva.
La prima fila era inginocchiata sulla cunetta che corre davanti ai pilastri della loggia. Nel silenzio risuonava "Achtung!", l'ordine di imbracciare le armi, e finalmente il colonnello gridava il "Fuoco!"
D. Mario Tonello era rimasto sotto il portico a confortare i ragazzi in attesa del loro turno, Monsignore si era messo sotto alla seconda arcata del loggiato a partire dalla scala, restando a destra del plotone di esecuzione, davanti al condannato, per inviare l'ultima assoluzione nel momento supremo.
Di là vedeva tutte le misere smorfie del volto dei giovani, quando erano colpiti. Infine, quando la testa si ripiegava e cadeva (perché la morte non era istantanea) si avvicinava l'ufficiale medico che sentiva il polso e constatava la morte.
Faceva un cenno ai soldati italiani, cui i tedeschi avevano lasciato la funzione di becchini, e questi slegavano il corpo e lo trascinavano nell'angolo del loggiato, presso la porta dell'allora ufficio tecnico, dove è stato sistemato il portale e la trifora della chiesa crollata di S. Sebastiano (Convento).
Lì uno dopo l'altro vennero allineati i cadaveri. Inginocchiandosi, Mons., con l'olio santo, tracciava una croce sulla fronte crivellata dei giovani, per l'estrema unzione.
I tedeschi aspettavano la fine della somministrazione del Sacramento per chiamare un altro condannato. Tra i quattro solo uno parlò prima della fucilazione: fu il Carabiniere Nodari Luigi che disse, non a voce spiegata (come è stato ripetuto) ma con voce appena percettibile, con voce da morente: "Viva Dio, Viva l'ltalia, Viva i reali carabinieri".
Finita la macabra operazione che durò un'ora e mezzo, il colonnello tedesco era deciso ad esporre i cadaveri sulle fossette in piazza per 24 ore, ad ammonimento della popolazione.
Mons. Fiorio riuscì a persuaderlo a far trasportare i cadaveri direttamente in cimitero, sul camion.
I Sacerdoti ritornarono in Canonica attraverso la piazza vuota e desolata.
Questa testimonianza storica, raccolta a cura dell'Assessorato alla P.I., è stata sottoposta venerdì 13.1.1967 all'esame di Mons. Luigi Fiorio Arciprete di S. Antonio Abate di Marostica, il quale ha confermato che tutto quanto ivi è raccontato risponde a verità. La presente memoria è stata consegnata al Presidente della Biblioteca Civica Dott. Alberto Valerio, al Maresciallo dei Carabinieri Fazio Ferdinando, all'archivista comunale S. Venezian, in occasione della Commemorazione del 23° Anniversario del sacrificio dei Quattro Martiri, promossa dal Comitato fra Associazioni partigiani del Mandamento di Marostica.
4 Gennaio 1967 L'ASSESSORE ALLA P.I. -Mario Consolaro-
ZAIRA MENEGHIN
QUATTRO RAGAZZI NELLA RESISTENZA
L'ATTIVITÀ' PARTIGIANA
Tra i boschi di Montagnanuova dove i nostri giovani svolsero la loro attività di patrioti insieme ad altri compagni di lotta, si formò il primo gruppo d'azione partigiana contro la tirannide fascista. Non è facile spiegare l'opera di questi giovani in un impegno così grande.
l primi giorni furono duri e tristi oltre ogni dire: dovevano approntare i nascondigli per le armi, che in seguito avrebbero preso ai fascisti nelle loro caserme, oppure a qualche fascista o tedesco isolato, inoltre dovevano procurarsi un giaciglio per la notte. Si trovavano soli con la natura: che, seppur amica, era la natura di un inverno molto freddo: il cibo era scarso e non sempre era possibile averlo.
L'unico filo che li legava alla vita del paese eravamo noi ragazze e la speranza che la generosa gente della montagna potesse capire chi erano e con quale scopo erano saliti lassù. perché tra la confusione che regnava in quel periodo, la propaganda fascista, sola voce ufficiale, chiamava questi ragazzi sbandati o delinquenti comuni.
Anche tra coloro che detestavano il fascismo c'era gente sospettosa e prudente. La paura di compromettersi le faceva assumere un atteggiamento di estraneità.
Il gruppo intanto operava e cercava di racimolare armi e munizioni necessarie per organizzare la lotta armata. Agli inizi di novembre fece le prime puntate verso Fontanelle, Lusiana, Conco e altri paesi in cerca di armi e cibo.
Così i fascisti seppero che era cominciata la Resistenza. Il gruppo era composto da ragazzi di tutte le categorie sociali, ma in prevalenza di ragazzi del popolo. Essi elessero con votazioni democratiche il loro comandante nella persona di Alfredo Munari, da Nove di Bassano, che aveva una maggiore esperienza, in quanto era un militare di sicura fede antifascista. Munari cadde il 13 settembre 1944 insieme con Nino Torcelan durante un rastrellamento in Valgallina.
Munari e Torcelan appartenevano al battaglione Bassano, che poi si chiamò Nino Torcelan in onore del caduto. Questa formazione operava sull'altipiano di Asiago al comando di Luigi Moretto (Negro) di Lazzaretto di Bassano.
Piano piano anche la gente delle montagne incominciò a convincersi che questi ragazzi erano decisi a combattere sul serio il fascismo e il nazismo; si instaurò cosi una collaborazione tra il gruppo armato e la popolazione che si fuse in un unico movimento. Le case, le stalle e i fienili divennero rifugio e conforto per i ragazzi.
Con Ageno, l'ufficiale di collegamento con gli uomini del distretto militare di Vicenza, che poi divennero membri del CLN di quella città, si convenne che era necessario creare un’organizzazione d'appoggio in pianura, per potersi collegare in previsione di un futuro sviluppo della lotta armata. Ageno era il nome di battaglia di questo partigiano, mentre il suo vero nome non l'ho mai saputo.
Con infinite difficoltà riuscimmo a collegarci con Bassano del Grappa tramite l'avvocato Giovanni Gasparotto, il vecchio Zonta e Giuffrè, tutti antifascisti che aiutavano la lotta partigiana.
A Nove di Bassano ci collegammo con la famiglia di Fulvio Pasquali e con il parroco di Nove, don Luigi Penarotto.
A Marostica con don Alessandro, della parrocchia di S. Maria Assunta, che a sua volta era in collegamento con don Antonio Frigo, del seminario di Vicenza. Il gruppo di Borgo Giara, comandato da Giovanni e Zaira Meneghin, si occupava dell'organizzazione, del vettovagliamento e dei contatti con gli altri gruppi. Era costituito da Bruno Sperotto, Nini Segafredo, Stefano Nerino, detto Balilla, da Milano, Corrà Tranquillo e Raimondo Caron, Meneghin Leonardo e da Luciano che fu arrestato dalla X Mas dopo la fuga di Zaira Meneghin ed Ermes Farina dal carcere di Thiene e tradotto a sua volta in prigione.
Del gruppo di Borgo Giara faceva parte anche Pompeo Meneghin, che ne era la mascotte e che quando verrà il maggior pericolo avrà piccole e grandi mansioni di collegamento.
La famiglia Meneghin di Borgo Giara divenne per decisione di Ageno punto di reclutamento e collegamento con la montagna.
Un piccolo gruppo di patrioti, scelti per il recupero di armi e munizioni, operavano in una baracca di proprietà di Francesco Segafredo, il quale possedeva pure, nel Convento di Marostica, una soffitta e una cantina dove passarono molti dei più bei nomi della Resistenza stessa.
A Fontanelle di Conco avevano un valido aiuto e appoggio nella famiglia di Pietro Crestani, coadiuvato da tutti i figli e figlie.
Essendo nonno Pietro gestore dell'albergo Alpino, il cui retro e la cantina davano verso il bosco, i ragazzi potevano entrare e uscire senza essere visti dalle spie fasciste.
In questo racconto devo con tutta onestà parlare del grande coraggio che infusero ai ragazzi in montagna tutti questi collaboratori: in quel momento decisivo per le difficoltà che incontravano a organizzare la lotta armata, si sentivano appoggiati e anche armati e questo li spronava. Voglio citare alcune delle magnifiche donne che con tanta abnegazione aiutarono i partigiani nella loro opera per tutto il periodo della lotta armata.
Mamma Rosa Segafredo, donna sobria, di carattere forte ma umana, diceva: "Aiuto voi con la speranza che mio figlio prigioniero in Germania torni sano e salvo, e l'altro che ho tra i boschi non sia mai preso dai fascisti". Mungeva le mucche anche quattro volte al giorno per ricavare un po' di latte caldo quando arrivavano dei ragazzi di passaggio per raggiungere la montagna.
Gilda Pasquali, sempre attenta e laboriosa quando ai trattava di alleviare le sofferenze di decine di partigiani, si esponeva a un grosso rischio ospitandoli anche per mesi, senza far mai pesare i grossi sacrifici che faceva rischiando anche la vita e la serenità della sua bambina, allora in tenera età.
Voglio ricordare anche mamma Maria Vaccari, la più toccata nel suo povero cuore, e le sue figlie che avevano incominciato a sostenere l'attività partigiana, poi smessa in seguito alla tremenda sorte toccata al fratello, perché sempre seguite e spiate nei loro movimenti. Fummo io e Ageno a consigliarle di stare ferme perché potevano compromettere l'operato di tutti.
La mia mamma Antonietta, che aveva cinque figli partigiani, dava ospitalità a tutti e teneva nel suo seno tutti i messaggi più compromettenti, gelosa custode della nostra organizzazione per il periodo della Resistenza. Come avrei potuto partecipare alla Resistenza, giorno e notte, senza una madre cosi? Non perdeva mai la calma, nemmeno quando durante i rastrellamenti io non tornavo per giorni e giorni.
Senza queste famiglie e senza queste donne la Resistenza non avrebbe potuto esistere. Chi curava i feriti, se non loro? Chi li nascondeva se non loro? La nostra riconoscenza vada a loro, con tutto l'animo mio e dei miei ragazzi. Per spiegare l'attività dei partigiani devo ricordare tutta la capillare organizzazione che li sosteneva.
Il primo gruppo di Montagnanuova operava nella zona dell'altipiano di Asiago, quando il 21 novembre '43 si inserì un fatto inaspettato: la morte del gerarca fascista Caneva. Il gerarca quella mattina era per la montagna di Asiago, come sua consuetudine, per il commercio che esercitava lassù, quando ad un incrocio nei pressi di Crosara fu ucciso. Non mi è possibile dire se furono i partigiani di lassù, perché né Alfredo Munari né altri lo ammisero mai.
Alfredo mi disse: "lo non ho mai dato l'ordine di ucciderlo". Neppure gli altri ragazzi lo ammisero mai: a loro risultava che qualcuno odiasse il Caneva perche cercava di imbrogliare, come sua abitudine, la povera gente. Che il Caneva abusasse della sua posizione di gerarca è risaputo da tutta la popolazione della nostra zona.
Ma per le brigate nere ciò servì da pretesto per dare una lezione alla popolazione di Marostica, dell'Altipiano e dei paesi limitrofi, poiché si ricordi che già i fascisti, in una delle loro scorribande a Verona e durante le rappresaglie contro gli antifascisti di Ferrara, ebbero a dire: "Ora tocca a Ferrara, la prossima volta sarà Marostica".
Quel giorno la piazza fu ridotta a un grande campo di concentramento, furono fermati tutti gli uomini e ragazzi, validi e no, e incominciò la rappresaglia alle case degli antifascisti. Devastarono le case di Tasca, Girardi e altri gettando tutto dalla finestra; le strade furono disseminate di suppellettili di ogni genere; seminarono il terrore nel modo più ignobile. Si videro ragazzi di 14-15 anni, con il mitra in mano, colpire dove capitava, e promisero che avrebbero organizzato un rastrellamento in grande per sterminare tutti i renitenti alla leva.
Promisero del sale a chi avrebbe denunciato un renitente. Incominciò per la nostra attività un calvario ogni dì più duro; e continuavano le rappresaglie e gli arresti di antifascisti.
Arrivarono in zona elementi selezionati dalla X Mas e tedeschi, i quali passando di strada in strada e di casolare in casolare, portavano via tutto quello che trovavano.
Marsan, Molvena, Rubbio, San Michele, Lusiana, Crosara, valle San Floriano, Pianezza, Nove, Schiavon e tutte le altre contrade e i paesini che incontravano furono teatro di rappresaglie e rapine. Quando la loro rabbia era stata in parte quietata, mostrarono nelle piazze quello che avevano avuto il coraggio di depredare.
Il 20 dicembre mi giunse notizia che i ragazzi di Montagnanuova avevano sottratto delle armi dalla caserma di Conco, completando l'armamento del gruppo. Pur temendo una rappresaglia, fummo contenti. Corsi da Vicenza al Distretto a dirlo ad Ageno e chiedergli come potevamo regolarci. Ageno parlò con un altro ufficiale che poi mi presentò e mi disse di aspettare. Aspettai per circa due ore in una saletta del Distretto, quando un caporale mi venne a chiamare e mi disse: "Ageno le dà l'incarico di dire al comandante Alfredo di non muoversi e di aspettare la reazione dei fascisti e dei tedeschi". lo restai meravigliata e mi aspettavo il peggio: non vedendo tornare Ageno pensavo l'avessero arrestato. Mi preparai a ripartire, quando uscendo dal cortile della caserma lo vidi arrivare con la faccia stravolta. "Zaira" disse, "sono andato dal capitano Polga per parlare di altre cose e ho visto un mucchio di gente arrestata, credo sia delle parti di Recoaro a Valdagno, non ho capito bene, ma credo che per ora non pensano a noi. Vai a casa e non passare per il centro di Vicenza: ci sono troppi posti di blocco tedeschi. Ciao! Se ci sono novità ti avvertirò subito. Fa sapere ai ragazzi che arriverò presto".
Intanto sul Grappa si era formato un altro gruppo, l'ltalia Libera, al comando del colonnello Crestani. Tramite la moglie del colonnello prendemmo contatto con il gruppo del Grappa, e contemporaneamente con i piccoli gruppi si che andavano formando tra il Brenta e il Grappa nella Valsugana, nonché con Vico Todesco, caduto durante un rastrellamento del Grappa, si pensava di formare una grossa brigata nel Grappa per creare una forza capace di dare più filo da torcere ai tedeschi e ai fascisti, e formare dei commando di sabotatori, come incominciavano ad organizzarsi in pianura. Primi pali organizzatori furono in seguito Gino Cerchio e Aristide Nonis.
Nonis, vice comandante della brigata Giovane Italia, cadde a Marsa di Marostica il 27 aprile 1945 mentre raggiungeva Giovanni Carli, Giacomo Chilesotti, Sergio Andreatta, Ermes Farina e Zaira Meneghin con i quali doveva recarsi alla Longa di Sandrigo per trattare la resa della X Mas e delle S.S., nonché per salvare il tesoro della sinagoga di Firenze trafugato dai nazisti. La stessa sorte di Nonis toccò a Giacomo Chilesotti, Giovanni Carli e Sergio Andreatta, fucilati a Sandrigo il 27 maggio 1945.
Ma sopraggiunsero le feste di Natale, e decidemmo di comune accordo di restare in attesa, ma guardinghi. l partigiani di tutti i gruppi si sarebbero mossi solo se attaccati.
In quei giorni i ragazzi di Montagnanuova espressero il desiderio di sentire la messa al Campo, ma fu impossibile perché le feste natalizie impegnarono tutti i sacerdoti. I ragazzi andarono ad ascoltare la messa a Rubbio di prima mattina, alle cinque. Passarono le feste, le rappresaglie parevano un po’ calmate, quando al mattino dell'11 gennaio avemmo sentore che c'era in vista un rastrellamento; ma quando noi lo venimmo a sapere, le strade erano già tutte bloccate. Ma mio fratello Giovanni e le sorelle Vaccari tentarono di arrivare almeno sino a metà strada, ma non fu loro possibile. Tornati indietro rimanemmo per due giorni in una estenuante attesa e angoscia. Le notizie che arrivavano erano discordanti, finché Terenzio (un nostro informatore che era stato reclutato a forza nella brigata nera dopo una retata fatta a Marostica) ci venne a dire che i nazifascisti erano andati a Montagnanuova su informazione dei fascisti di Conco e Fontanelle.
Ci appostammo dietro la strada di Valle di Vallonora, che sale verso Rubbio, sperando di incontrare qualcuno dei ragazzi, ma niente, nonostante fossimo d'accordo che nel caso di un rastrellamento si sarebbero portati dietro il torrente Longhella, che è ai piedi di queste due località, in Marostica; oppure si sarebbero disimpegnati verso Rubbio e giù per la Valsugana, nel caso specifico a Campese, ove tramite alcuni giovani avrebbero potuto dare notizie di sé. Seppi da un vecchio che scendeva da Pradipaldo che in montagna si combatteva. Quelle del 11-12-13 furono notti di allarme continuo. Il mattino del 14 gennaio mi trovavo in fabbrica (allora lavoravo all'Anonima di Marostica alle dipendenze dell'ingegnere Qualia) quando verso le dieci l'ingegnere ci disse: "Ragazze, fra mezzora smettete, andate a casa, perché in piazza sta succedendo una cosa tremenda: i fascisti fucilano dei partigiani". Detto questo, venne verso di me, mi tirò un orecchio e se ne andò. Tutte e quattro noi operaie capimmo che cosa aveva voluto dirmi. Giovannella Merlo, Maria Cocco e Gegia della Casetta, che sapevano della mia situazione, mi mandarono a cambiarmi e si incaricarono di accudire alla mia macchina sulla quale facevo della corda di carta.
Poi ci incamminammo verso casa, la Giovannella mi accompagnò sino all'uscio e andò a controllare se ci fosse qualcosa di nuovo.
La situazione appariva tranquilla, allora entrai. In casa mia regnava il nervosismo e il silenzio. Con mio fratello Giovanni, di nascosto dalla mamma, parlammo del da farsi. Sulle prime, istintivamente, pensammo di intervenire, ma poi convenimmo che con i nostri mezzi e senza armi (le armi erano state portate tutte in montagna) eravamo impotenti di fronte allo schieramento delle forze fasciste.
Entrammo in casa visibilmente scossi, mia madre ci disse: "Ragazzi, questo è l'inizio della vostra lotta, dovete essere forti e fingere di niente". lo l'abbracciai e piansi di un pianto senza consolazione: stavo per perdere i miei ragazzi.
Ricordo che quel giorno sulla nostra tavola c'era un piatto di riso e io per anni odiai il riso. Dissi alla mamma: "Non mi sento di andare a lavorare". E lei: "Zaira, il tuo lavoro non deve mancare, ci sono tanti altri ragazzi che devono mangiare, ne abbiamo anche nella baracca qui dietro, e poi la cosa migliore è di non dare nell'occhio". Verso le una mi avviai per la strada che portava in fabbrica facendomi forza. Per le strade di Marostica c'era un silenzio di tomba, sembrava una città morta. l ragazzi erano ancora nel cortile del castello perché i fascisti di Marostica discussero a lungo se fucilarli nel cortile o in piazza. Non posso dire con precisione come andarono le cose, ma so che ne discussero a lungo in municipio.
Quando arrivai all'albergo della stazione vidi il cancello custodito dalle brigate nere. Mi avvicinai, visto che questi erano forestieri, chiesi: "Si può vedere?". Mi spinsero da parte. Fatti pochi passi sentii uno sparo, il primo; dopo alcuni secondi il secondo, poi il terzo, poi ancora il quarto. Le gambe mi vacillarono, la testa mi scoppiava. So che camminando gridai con tutta la rabbia che avevo in corpo: "Assassini", poi mi appoggiai ad un cancello, precisamente a quello dei Poleto, aspettando che mi venissero a prendere. Quando mi ripresi ero sola, per mia fortuna non mi avevano sentito!
Alla sera andai con mio fratello Giovanni in casa di Decimo Vaccari, ma prima, per precauzione, mandammo mio fratello Pompeo a controllare se davanti alla casa ci fosse qualcuno in agguato per arrestare chi volesse andare dai Vaccari. Ci venne ad avvertire con un fischio che non c'era nessuno; c'incamminammo per il viottolo e qualcuno ci venne a dire che dietro alla Longhella c'erano dei ragazzi e che avevano bisogno d'aiuto. Decisi di andarci io. Per le strade non c'era nessuno, girai a tentoni per la Longhella e trovai per primo Enzo Pozzomai, poi altri due di cui non ricordo il nome. Mi dissero che sarebbero andati a casa perché nessuno sapeva della loro attività. Erano stanchi, affamati e laceri per la battaglia sostenuta. lo chiesi: "Avete combattuto?" Altroché, mi risposero. Ci abbracciammo e se ne andarono. Attraversai la strada sul ponte della Longhella vicino al cimitero e incontrai il carro che aveva trasportato i corpi dei quattro fucilati. Andai dalla mamma di Enzo Pozzomai ad avvertirla che suo figlio si trovava in quel punto della Longhella, e di vedere se poteva farlo ospitare in qualche casa di sua fiducia. Mi abbracciò e ringraziandomi disse: "Non mi dimenticherò mai di questa sera".
Enzo apparteneva al gruppo di Montagnanuova e fu fucilato a Marostica dalla brigata nera.
Ritornai in Convento in casa Vaccari in preda alla disperazione. Mio fratello Giovanni ebbe l'incarico di trattenere il padre perché nel suo dolore voleva andare in piazza ad ammazzare tutti i fascisti che incontrava. Io e mio fratello Pompeo ci occupammo delle donne, la mamma e le sorelle che per la disperazione andavano alla finestra e gridavano: "Assassini!". Fu una notte terribile, anche perché l'abitazione dei Vaccari, sita in Convento, aveva le finestre che guardavano il cimitero e si poteva distintamente vedere il lume della camera mortuaria, dove giacevano immobili i quattro fucilati. Ogni tanto tentavo di farle pregare per distoglierle da quella finestra, si staccavano un attimo, poi accorrevano di nuovo per chiamare Decimo ad alta voce. Noi cercavamo di parlare a voce bassa, perché ad un certo momento vedemmo una pattuglia di tedeschi e fascisti che andavano e venivano per controllare. Ma le donne continuavano a gridare sempre più forte. All'alba tornai a casa con Pompeo che era piccolo e aveva sonno. Lasciai quella casa con la morte nel cuore. Quando bussammo a casa mia, la mamma che era ancora sveglia, si rincuorò e chiese di Giovanni. Le dissi che era ancora dai Vaccari.
Andai a letto sognando che Decimo era ancora vivo e sorrideva come prima, ma il risveglio fu triste! La realtà era ben diversa.
Questa fu la notte più lunga, perché oltre che a casa Vaccari il nostro pensiero andava alle case di Provolo, di Rossi, di Nodari.
La disperazione era uguale in tutte e quattro le famiglie, tutte colpite dallo stesso dolore, dallo stesso destino, quattro mamme straziate, quattro padri disperati, quattro giovani perduti per sempre.
Ma la strada della Resistenza era lunga e disseminata da altri lutti, da altre sofferenze. I quattro caduti ci avevano lasciato un’eredità sublime, ma tremenda nel tempo stesso, e tutti noi sentivamo l'obbligo di continuare la loro opera.
La città dì Marostica pagava il suo prezzo, la gente in quei giorni era cupa e silenziosa, stava maturando la sua coscienza civile e democratica. Assistendo impotente alla tragedia che l'aveva colpita, aveva capito quale destino le sarebbe toccato se l'ideale della libertà e della lotta di liberazione fosse fallito.
LA LORO BATTAGLIA
Seppi da Alfredo Munari che partecipò allo scontro con i fascisti, che i ragazzi erano stati attaccati da tutte le parti.
Essi si appostarono tra le rocce con una mitragliatrice dalla porta orientale che guardava Rubbio, perché l'unica via di salvezza sarebbe stata la calata per la Val Gallina o giù per la Valsugana, perché dalla parte occidentale, e cioè verso l'Altipiano, erano ormai circondati. La schermaglia durò all'incirca 5 o 6 ore, poi un lungo silenzio per studiarsi a vicenda, i patrioti per uscire dal bosco e i nazifascisti per entrarci. Ad un tratto riprese il fuoco. Per farsi strada, i patrioti misero in azione le mitragliatrici e colpirono un camion che sostava in attesa; ci furono molti feriti da parte nemica, ma nessun bollettino ne diede mai notizia: allora preferivano passare sotto silenzio i primi scontri con i partigiani. I nazifascisti non ammettevano mai di aver subito delle perdite, e ciò faceva parte del loro gioco strategico e politico. Ma quella volta portarono parecchi feriti. Poi lo scontro si fece più acceso finché Nodari, che era con la mitragliatrice, ordinò ai compagni di andarsene e resistette da solo. Approfittando di momentanea tregua lasciai l'arma sulle rocce e raggiunsi i compagni. Si rifugiarono tutti insieme a casa Frate, ove furono raggiunti in serata dai fascisti.
Catturati e portati a Vicenza, furono torturati e interrogati per tutta la notte. Visto che non riuscivano a ‘farli cantare' imbastirono un processo sommario condannandoli a morte mediante fucilazione per resistenza armata.
Poi discussero dove e come fucilarli. l fascisti di Marostica volevano che fossero fucilati a Marostica, perché Decimo Vaccari era di li e Marostica era il centro di Nove e dell'altipiano di Asiago e Vicenza, luoghi di appartenenza dei quattro banditi; convenirono anche che a Marostica doveva esserci un centro partigiano.
E poi l'epilogo: l'esposizione dei quattro ragazzi in piazza, laceri e con la faccia quasi irriconoscibile per le torture e gli estenuanti interrogatori subiti nella caserma delle brigate nere di Vicenza durante tutta la notte del 13 gennaio.
Furono esposti, in piazza a Marostica per un paio d'ore in modo che la popolazione potesse vedere e riflettere su cosa le sarebbe accaduto ad opporsi al regime della RSI.
La fucilazione avvenne nel cortile del castello dopo una preparazione metodica e lenta, gustata come un cibo succulento per far soffrire al massimo della sopportazione umana i quattro giovani ribelli.
Ai fascisti sembrò di essere molto magnanimi concedendo loro la possibilità di avere un confessore secondo la testimonianza del sacerdote Mario Tonello, che li confessò, non permisero nemmeno che fossero separati per quest'ultimo atto pietoso della loro vita; furono confessati a due a due, senza rispettare l'opera del sacerdote che stava ricevendo le loro ultime parole.
Questa è la prova che ai fascisti non interessava la confessione e la benedizione di un sacerdote: era solo un gesto premeditato per motivi di propaganda.
Ora il momento supremo: la fucilazione. l quattro giovani furono abbattuti a distanza di pochi minuti l'uno dall'altro, con rabbia sistematica.
l ragazzi ebbero la forza di gridare -viva l'ltalia -viva Dio- viva la libertà- viva l'arma dei Carabinieri -e non vollero farsi bendare. Erano consapevoli di aver combattuto per una causa giusta e che non sarebbero morti invano.
Così la dittatura stroncò quattro giovani vite.
Questo mio racconto è una semplice esposizione della Resistenza nella nostra zona; perché si sappia come morirono quei quattro ragazzi.
Vorrei che questo racconto fosse letto dai ragazzi che saranno gli Uomini di domani, nonché la verità sul sacrificio dei primi eroi della Resistenza Marosticense. Il loro fu soltanto un atto di fede nella dignità umana, non mosso né da odio né da vendetta.
Noi non ci siamo vendicati, abbiamo perdonato perché non continui l'odio, perché regni la pace che noi abbiamo tanto amato e desiderato assieme a una maggiore giustizia sociale.
E nutriamo la speranza che proprio i giovani capiscano questo significato, e non si lascino trascinare da nostalgie, dal rigurgito del vecchio odio che li condurrebbe a una nuova dittatura.
Ma vorrei sapessero che non possiamo dimenticare questi nostri ragazzi che hanno dato la vita perché i sopravvissuti fossero liberi.
Le dittature generano ribellione e portano sempre distruzione e lutti; la strada della democrazia e della libertà cammina con noi. Per essere veramente liberi e democratici, bisogna riconfermarlo giorno per giorno. Ragazza della vostra terra, ora in un'altra città dove mi ha condotto la vita, io non ho la pretesa di dare lezioni a nessuno: ho solo fornito la mia personale testimonianza sul movimento di Resistenza nella nostra zona, convinta che quanto avvenne a Marostica accadde in tutta l'Europa.
Piccoli esempi, grandi cose e grande amore.
PROVOLO BRUNO -classe 1922, di Vicenza
Figlio del popolo vicentino, Bruno aveva lo sguardo intelligente, severo e dolce insieme.
Arrivò a Montagnanuova con il vecchio Ageno, che poi divenne vice comandante di quel gruppo e ufficiale di collegamento tra il Distretto di Vicenza e il C. L. N. e il gruppo di Montagnanuova.
Il suo primo contatto con il gruppo di patrioti lo sorprese: si attendeva un gruppo ben armato, anche perché aveva voglia di muoversi subito, e invece lo trovò ancora in formazione.
Il comandante, Alfredo Munari, e gli altri gli spiegarono che per combattere il fascismo e il tedesco invasore, e organizzare azioni di sabotaggio, bisognava addestrarsi.
Le azioni di guerriglia richiedevano una preparazione particolare, oltre alla necessità di procurarsi più armi possibile. Bruno disse: "Sono pronto a tutto, darei anche la vita purché questa guerra finisca e non si senta più parlare di concentramento e di sevizie", Con questo spirito si preparò al suo compito giorno per giorno tra i monti, ad attendere la libertà.
Venne barbaramente torturato e poi fucilato nel cortile del Castello di Marostica insieme ad altri tre compagni di lotta.
ROSSI GIOVANNI -classe 1924, di Sasso (Altipiano di Asiago)
Figlio di muratori poveri e continuamente emigrati. Ragazzo di temperamento chiuso, sensibilissimo, emotivo, dall'amore istintivo come tutti i figli del popolo, ma saggio come tutti i montanari. Giovanni aveva molto affetto per la famiglia, venerava la madre, parlava dei sacrifici che lei era costretta a fare per i figli tra le montagne aride e sassose di quella parte dell'altipiano che era il Sasso. E da questa durezza di vita traeva la saggezza di ragazzo maturato anzi tempo, consapevole del momento in cui viveva. Desiderava ardentemente che la gente fosse libera, che ci fossero meno ingiustizie, lui che di ingiustizie ne aveva subite ogni altro dire. Plasmato all'ideale di libertà e di giustizia sociale, voleva essere partecipe al rinnovamento del suo paese, ed essere tra i primi. In un incontro vicino al Natale del 1943, Giovanni espresse il desiderio dì andare a trovare la famiglia, e si rammaricava di non essere in grado dì portare ai suoi un piccolo regalo. "Voi riuscirete a portarmi qualche cosa?" mi chiese. La mia risposta fu tremendamente difficile, sapevo che nelle condizioni in cui operavo e con tutte le bocche che dovevo sfamare, era come promettere la luna. Ma gli dissi che avrei fatto il possibile, e ci salutammo.
Nello scendere dai viottoli tra Crosara e Marostica mi colse un pianto disperato: mi vedevo davanti Giovanni con il suo sguardo triste e dolce, invecchiato dalla sofferenza, lontano dalla sua gente e dal loro affetto, ma era l'unica sua sicurezza.
Il fascismo, con le sue leggi assurde, gli aveva negato anche questo.
NODARI LUIGI -classe 1921, da Nove di Bassano del Grappa.
Nato in una famiglia di ceramisti, lavoratori di Nove di Bassano, cresciuto tra i campi; di educazione sobria, di carattere sereno e riflessivo. Come tutti i suoi concittadini, che sono gente laboriosa e d'ingegno, Luigi Nodari si era formato nel clima di creatività artistica che dalle nostre parti si tramandano per secoli di padre in figlio.
Lavorò sino a che il suo lavoro di ceramista non venne a mancare a causa della politica del governo fascista di allora. Nella sua coscienza cercava l'ordine e la libertà. Si arruolò ancor giovane nell'arma dei carabinieri e vi restò sino all'8 Settembre 1943. Da quel momento, come tutti gli uomini liberi, non si sentì più dì indossare la divisa da lui tanto amata, perché temeva di diventare strumento dell'invasore tedesco. Si rifugiò in seno alla famiglia. Dopo la morte di Luigi, sua madre mi confidò: "Zaira, non mi rassegno. lo volevo che rimanesse vicino a me, avevo tanto bisogno di Luigi, ma la sua risposta era sempre la stessa: "Mamma, io ho una coscienza, e poi solo i vili non hanno il coraggio di reagire, bisogna fare qualche cosa". Allora io dicevo: "Cosa vuoi fare tu benedetto figliolo?" e Luigi ripeteva: "Non lo so cosa faremo, vedremo"" Questa sua maturità lo indusse a prendere la via della montagna. Con alcuni suoi compaesani decise di rifugiarsi sull'altipiano di Asiago, in località Montagnanuova. Lassù svolse la sua attività patriottica con diligenza e responsabilità. Il suo amore per la libertà era dentro di lui come un amore giovanile e non ebbe mai dubbi sulla sua opera. Quando lo fucilarono, ebbe la forza di gridare: "Viva Dio, viva l'ltalia, viva i Carabinieri!", poi cadde falciato dal fuoco dei suoi aguzzini che si sentivano già sconfitti.
DECIMO VACCARI –classe 1925, di Marostica
Un compagno di viaggio che la violenza fascista ci tolse lungo la strada della libertà. Decimo era un ragazzo sensibile: toccato dalla sofferenza e dalle privazioni; aveva cominciato a lavorare fin da bambino, rendendosi conto fin da allora quale triste esistenza dovevano condurre i figli dei genitori che non si piegavano al fascismo.
Con Decimo avevamo molte cose in comune: la nostra giovinezza, la nostra povertà e una famiglia antifascista. Avevamo gli stessi ideali e le stesse ribellioni. Decimo giocava molto spesso con Giovanni, Leonardo e Pompeo. lo avevo qualche anno in più e sorridevo dei loro giochi, che trovano bellissimi perché mi accorgevo che li univano spiritualmente. Nell'avvicendarsi dei loro giochi maturò tra questi ragazzi una sincera amicizia. Sì formarono le premesse per continuare insieme anche la lotta contro il fascismo.
Questo nostro viaggio continuò sereno, di una serenità fatta di piccole cose. In questo clima assistevamo tutti alle discussioni di ribellione che si facevano in casa in quel tragico '43.
Ad un tratto mi trovai Decimo molto maturo. In quei giorni si era verificato un ennesimo esempio di violenza da parte dei fascisti di Vicenza, e parlandone ancora una volta, lui scattò e mi disse: "Qui si soffoca, non possiamo restare indifferenti. Quei pazzi finiscono per ammazzare tutti se non ci ribelliamo".
Decideva così di andare in montagna e partecipare alla resistenza armata. Il mattino del 20 Ottobre 1943 prese uno zaino con una coperta e pochi abiti che possedeva. Si era procurato un fucile che non sono riuscita a capire se fosse un archibugio dell'ottocento o un arnese che si era costruito da solo. Con questa bardatura da Don Chisciòtte e con l'animo pieno dì speranza, Decimo partì per la montagna dove organizzò con altri ragazzi il primo gruppo di patrioti dell'altopiano di Asiago.
Tra i monti incominciò a vivere i suoi primi aneliti di libertà, anche se i sicari fascisti erano sempre in agguato e le razzie incominciavano a farsi sempre più frequenti.
Decimo Vaccari aveva così sperato di conoscere i giorni della libertà, l'ltalia e vedere gli italiani liberi.
Ma il suo viaggio si interruppe nel cortile del nostro castello il 14 gennaio 1944. Il vuoto che lasciò intorno a noi non sarà mai colmato; ci portiamo dentro la sua memoria con amore fraterno.
I giovani di Marostica che leggeranno questi ricordi di una ragazza della loro terra, si rechino nel cortile del castello: non vedranno soltanto una lapide con quattro nomi, ma i nomi dei custodi della libertà che loro oggi godono.
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