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regia: Maurizio Pasetti
cameraman: Rodolfo Bisatti
fonico: Mara Favero
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Ecco, quando devo cominciare a parlare?
Quando vuole.
Adesso. Allora. E’ stato un momento eccezionale per me quello della scelta politica, per mettermi a fare certe cose e certi pensieri. Perché è stata veramente una rivelazione, cosa che non ho mai detto, ma una rivelazione di un certo attimo e di un certo giorno, cioè alle 5 e mezza di sera del 28 febbraio 1943. Eravamo un gruppetto di amici che scendevamo dall’altopiano di Asiago dove c’era un po’ di neve e chiacchierando sulla costruzione della famiglia, diciamo così, o delle "morose", è venuto fuori che il più vecchio che era con noi, uno studente dell’Università Cattolica di Milano, ha detto "ma cosa vuoi saperne tu della famiglia, o di queste cose". Io ho detto "no no, le so queste cose". Ma dovete pensare che io avevo appena compiuti 16 anni, non avevo nessuna cultura di tipo politico, se non quella di fare il balilla o l’avanguardista ed essere portato a marciare per le conquiste di Adua, di Macallè, per l’Impero e compagnia bella. Però questa discussione ha reso vivo all’istante proprio un principio politico e allora questo amico che studiava a Milano ha detto "guarda che a Milano ci si... c’è della gente... c’è il Partito d’Azione."
"Cos’è un partito?" ho chiesto io. Allora lui mi ha spiegato che il partito fascista era l’unico che c’era in Italia, che si poteva conoscere, ma che c’erano altri partiti che avevano come principio la libertà e non questa obbligatorietà a fare certe cose; questa è stata la rivelazione, per cui io so l’ora, il giorno e tutto, perché da quel giorno è cambiato tutto nella mia vita. È successo così che praticamente sono venuto a conoscenza delle situazioni politiche e poi della democrazia, non avendo mai visto niente di tutto questo, non avendone mai sentito parlare ed è stata una rivelazione. Ma io ho scelto subito dicendo "qua l’Italia deve perdere la guerra se vogliamo la libertà". Pensate però, eh, 16 anni poco più. E con questo, l’altro mi dice "guarda che probabilmente il Duce sarà buttato giù durante l’estate". Mi sembrava una cosa talmente incredibile: comandava tutto lui!
Arriva così il I° maggio, il I° maggio, che io non sapevo quale ricorrenza potesse... che cosa faceva questo I° maggio? Qualcosa di eccezionale, l’ho capito perché il partito fascista di Marostica ha invitato tutti i vecchi, gli anziani del paese li ha invitati a cena, per la sera antecedente al I° maggio. Qualcuno mi ha detto "sai hanno piacere avere quelli più vecchi, che non sono in guerra, i vecchi insomma, che non vadano in giro a mormorare di altri partiti" e io quella notte ho coperto i muri del paese di scritte "abbasso il Duce" e cose simili... È successo un grande scandalo i giorni dopo. Nessuno capiva niente, perché... così mi sono trovato ad aver fatto dei gesti antifascisti proprio "in anteprima", diciamo; senonché, al 25 luglio, quando Mussolini è stato detronizzato, io ho detto tranquillamente "quella volta sono stato io a scrivere su per il muro" e qualcuno "bravo, fatto bene" qua e là; poi viene l’8 settembre... he he... e subito dopo i fascisti cominciano a venire in cerca di me. Io intanto avevo fabbricato un poche di bombe, perché mi ero interessato con uno del genio che mi aveva spiegato come erano fatte le bombe e ho inventato un poche di bombe, macinavo la polvere sul tavolino di marmo con le bottiglie e insomma le ho fatte; ma questo l’8 settembre; al 12-13 sono dovuto scappare da Marostica e sono andato in Cadore; a Dont, a Coi di Zoldo Alto, sotto il Pelmo, dove ho trovato mio fratello più vecchio che era scappato da Gorizia ed era capitano di non so cosa dell’artiglieria, di qualche armata o artiglieria alpina e altri tre conoscenti del paese qui. Lì nessuno sapeva niente, ogni tanto mi mandavano in cerca in qualche paese, mi mandavano perché cercassi dei collegamenti se c’erano dei militari, ma non si riusciva a trovare mai nessuno. Volevano mandarmi nel bosco del Cansiglio, non ci sono riuscito ad andarci e poi verso la metà di novembre siamo... siamo dovuti tornare a casa. E allora fui... io ho scoperto che si stavano organizzando le prime bande. Allora mi sono messo a tenere i rapporti fra le varie persone che organizzavano qui in pianura queste cose e intanto è successo che hanno preso gli amici e li hanno fucilati dentro il castello di Marostica no, in quattro, io li ho aspettati che arrivassero in piazza, era un po’ così. Quella notte, dopo la fucilazione, ho scritto 100 manifestini a mano, e vestito con un mantello nero, sono andato a distribuirli sotto le porte di tutti i fascistoni del paese; anche lì un grande choc perché non si aspettavano di ucciderne quattro al pomeriggio e di trovare a mezzanotte i biglietti sotto le porte, era veramente una cosa un po’... Poi si è fermato tutto. Gli inglesi hanno cominciato a fare dei lanci di munizioni giù per la campagna e allora siamo riusciti a recuperare qualche arma tipo parabellum e cose simili, le ho nascoste dopo averle portate a casa, le prime due armi le ho nascoste nel letto del prete della parrocchia di Sant’Antonio; lui non lo sapeva ma ha capito subito chi era stato. In luglio, no in giugno, sono andato in Friuli, in Carnia dove avevo mio fratello più vecchio che aveva... era uno degli organizzatori delle brigate Osoppo. Allora la brigata Osoppo, cioè non era la brigata Osoppo, c’era il battaglione in libertà della Osoppo, il quale dopo è diventato brigata e ha fatto parte del gruppo di brigate. Prima lo comandava mio fratello, quando è passato da battaglione e brigata l’ha comandato un altro mio fratello, che era carrista, mentre mio fratello andava avanti nell’organizzazione ed è stato il commissario politico del gruppo Divisione Osoppo. A un certo punto, nessuno sapeva che lui era mio fratello, proprio nessuno, ma non mi tagliavo gran che, perché ero il peggio vestito non mi davano mai dei vestiti da cambiarmi e mi diceva "se sei mio fratello come faccio a darti i vestiti", solite storie, allora mi faccio fare un permesso e vengo a piedi da sopra Gemona in 8 giorni, attraverso le montagne, vengo a Marostica, e da Marostica, trovate un paio di staffette, intuivo che potevano conoscere tutto, son salito sull’Altipiano di Asiago e sono andato sul monte come si chiama... Maicroba, dove c’era in formazione un battaglione; purtroppo lì stava... si stava per arrivare ai momenti cruciali dei rastrellamenti dal Grappa e dell’Altipiano, e un po’... c'è stata un po’ di dispersione delle persone. Allora sono sceso in pianura, mi sono recato a Valdagno, con documenti falsi sono riuscito ad andare in Liguria e sono salito sull’Appennino ligure, con la brigata Savona. Di questo però non sono certo del nome, lì c’era un comandante di Savona. Io ho presentato il mio curriculum diciamo così, scritto... loro mi hanno accettato lì e però sono stato assaltato da centomila pidocchi. Non avevo coperte per coprirmi, avevo un solo vestito leggero, era venuto metà di novembre, mi trovavo sulle Langhe, un freddo boia, mi sono ammalato, mi sono riempito di piaghe e dentro per le piaghe camminavano centomila pidocchi. Sono sceso, per fortuna da quelle parti avevo mia madre e un mio fratello che mi hanno potuto ricevere e curare insomma. Appena sono guarito dalle piaghe, l’8 marzo, son tornato sulle Langhe con la III Brigata Langhe Ovest e son diventato il porta-ordini del comando di brigata; la brigata era comandata da Mario, Mario Ferraro, faceva parte della I Divisione Langhe, comandata da Bogliolo ed erano del gruppo di Mauri. Lì abbiamo fatto diverse azioni, c’era anche il tenente dei carabinieri Carlo Alberto dalla Chiesa; che ogni tanto mi mandava a spasso per ordini per conto suo, ero riconosciuto come un uomo velocissimo attraverso i boschi, e instancabile. Ad ogni modo a quel punto praticamente a un certo momento basta, siamo tornati a casa, solo che la casa non c’era per molti di noi. Non si sapeva dove andare... così. Di quello che è, diciamo, il curriculum, il foglio matricolare ecco, questi sono i posti dove io sono stato a fare il partigiano così.
Qual’è di tutta questa lunga e complessa vicenda per un ragazzino di 16 anni il momento in cui la consapevolezza diventa anche politica cioè diventa il proprio compito chiaro e lucido nella testa…Eh ma... è diventato subito chiaro e lucido, solo che essendo immaturo, non conoscendo le basi della società nel suo complesso, mi immaginavo di essere tutto io quella parte che doveva essere la politica. Non per comandare gli altri, ma se parlavo di libertà, se parlavo di patria, se parlavo di nemici, di antifascismo così, rimbalzava tutto dentro di me, non avevo persone dove andarmi a riferire, ero un tipo un po’ selvatico, con certi tipi di formazione ma non ero socialmente collegato nel senso dei discorsi; ma il pensiero politico, il pensiero della libertà, che si potrebbe riassumere in quel precetto cristiano "non fare agli altri quello che non vuoi sia fatto a te" o "ama il prossimo tuo come te stesso" cioè il rapporto fra me e tutto il sociale era basato in fine su queste cose qui, anche perché io con una madre terribile sotto l’aspetto cattolico ero stato allevato in una maniera incisiva nello scegliere le cose giuste o sbagliate, almeno quelle che si potevano capire no? Quello del non offendere il prossimo, quelle del rispettare la libertà e cose simili; però questo ha reso tutto molto più difficoltoso, questo scegliere e questo prendere delle decisioni che, quando io vedo certe cose che ho fatto, a quell’età, bisognava proprio essere dei fulmini, delle cose capaci di agire in base a una forza terribile. Pensate voi di partire a quell’età lì, con il coprifuoco, con fucilazioni in tutta l’Italia eccetera, partire da sopra Gemona e venire attraverso le montagne, attraverso i rastrellamenti, attraverso... sentivi combattere, vedevi... appena ti avvicinavi ad una casa era una cosa terribile, sì e no che spuntasse una testa a darti una risposta e che ti dessero una fetta di polenta, tanto per dire, con la quale tu dovevi fare 20 Km di corsa, così... Vi racconto un fatterello solo: io sono arrivato a Vittorio Veneto passando dal Monte Cavallo, da Pian Cavallo e aggirando il bosco del Consiglio a Sud. Quando sono stato sopra a Vittorio Veneto e dovevo passare a ovest, cioè la valle che separa Vittorio Veneto dalle colline di… di quelle che poi arrivano al Piave insomma, quando sono stato lì, ragazzi guardo giù c’erano cinque treni incassati in fondo alla valle dentro al torrente, avevano fatto saltare i ponti e c’erano i treni. Trovo un uomo e mi dice "ne hanno impiccati tre ieri quaggiù, devi passare sopra la centrale elettrica, ma assolutamente non farti vedere perché i tedeschi sono con le mitragliatrici sopra la centrale. E io li vedevo dall’alto del monte no?, e allora strisciare giù sotto un muretto, arrivare sulla strada, attraversarla e salire la china del monte di fronte, vi assicuro che è stata una cosa come andare all’assalto insomma, me la son cavata proprio pulitamente senza niente. Poi ho dormito sui laghi di Revin, e il giorno dopo i partigiani di quel luogo mi hanno accompagnato di fronte al Montello, abbassandosi sotto il ponte di Midolo a 5-6 Km. E lì mi dicono "tu devi attraversare qui, quando sei di là trovi il Montello e ci passi sopra e dopo dove vai?" "Ma" dico, "vado a Vicenza", guardavo i monti, il monte Grappa, lontanissino l’altopiano di Asiago a 40-50 Km. Attraverso il Piave fra un cespuglio e l’altro pian pianino riesco a passare il Piave, attraverso la corrente d’acqua e di là dal Piave trovo un canale, un canale che c’è ancora adesso. Ero allo scoperto sopra un argine, scendo nell’acqua che mi arriva al collo, mi porta via, annaspo, arrivo dall’altra parte, salgo sull’argine. Mi trovo una rete di fronte, alta, una rete di tre metri, con i pali arcuati verso l’interno coi reticolati, non ci ho pensato un secondo, l’ho scavalcata, quando sono caduto dall’altra arte sento parlare tedesco: era un comando dei tedeschi. Dovevo tornar fuori; avevo i pali ad uncino piegati verso l’interno, io ero agilissimo, è stata una cosa fulminea, sono riuscito a uscire, li ho sentiti parlare, nessuno deve aver girato la testa, non sarei qui a parlarvi altrimenti. Ecco, tanto per dire, prima di compiere 17 anni io me ne sono andato in giro a compiere queste azioni, quando compivo queste azioni ero da solo, non avevo una decisione, un comando, un posto dove andare o una spalla dove proteggermi, non c'era niente da fare.
Ecco arrivato qui... quello che mi ha spinto più di tutto, e politicamente adesso, sentimentalmente, è quello che adesso tutti dicono che non sapevano niente di quello che facevano i tedeschi, non sapevano dei campi di concentramento, non sapevano degli ebrei, ma se io gli ebrei li ho nascosti prima dell’8 settembre, prima del 25 luglio, li aiutavo, gli portavo da mangiare. Io quelle cose le sapevo, e possibile che il Papa e i politici e tutti quanti non sapessero niente? Ma io dove le ho sapute. Perché c’era sempre qualcuno... per esempio, quando io son venuto dalla Carnia a qui, son venuto con tre prigionieri fatti dai tedeschi e portati in Germania, sono riusciti a scappare e attraverso i monti sono arrivati dove era il nostro distaccamento, distaccamento Monte Nereo del battaglione Libertà, no, Incardine. Con loro, siccome erano qui della zona, ho fatto questa marcia di avvicinamento al paese, ma le notizie c’erano, se le sapevo io immaginarsi se quelli che oggi dicono che loro non sapevano niente a me fa giusto da ridere questa politica qui, no? Del... come dire per esempio siamo tutti pari e abbiamo combattuto per la patria: niente vero, noi combattevamo prima di tutto per la libertà, contro il nazismo e il fascismo, sia ben chiaro questo, giovani o non giovani, senza scrivere libri o cose simili, e questo è stato chiaro sempre per tutti; solo che, per esempio uno come me, non è andato poi in giro a vantarsi a raccontare, è la prima volta quasi... quanto... 55 anni fa, vi sto raccontando adesso queste storie ecco, tutt’alpiù ho raccontato qualche aneddoto così un po’ scherzoso della guerra, non voglio che questa guerra sia il documento che ti dà un lasciapassare per qualsiasi cosa, questa libertà queste cose le devi conquistare giorno per giorno, solo che la scoperta, ecco la maturità, la scoperta un po’ più amara di tutte è stata che ognuno di noi ha un po’ del fascista dentro e che la prima battaglia si deve fare contro di noi. Perché l'egoismo eccetera, o il trovarsi di fronte a uno un po’ più ignorante o più debole, vien voglia sempre di farsi vedere forti; invece se davvero si ama la libertà si dovrebbe avere il rispetto per tutti, le organizzazioni non me lo hanno dimostrato per adesso, non so se riuscirò a vivere fino a vedere qualcosa.
A proposito degli ebrei, alla fine della guerra, un anno due dopo, e di questo mi son chiamato pentito, io ho fornito loro un camion di armi, era il momento che loro andavano con le navi di nascosto, emigravano in Palestina. Mi sembrava, io ero stato un lettore della Bibbia già da piccolo, mi sembrava che questo ritorno del popolo ebraico nei posti della sua provenienza, della sua genesi, fosse una cosa sacrosanta. Oggi non ci credo proprio più. Credo che la politica abbia avvelenato anche questo ritorno a queste cose. Non ho altro da dirvi dai.
Volevo domandarti due cose. Con la prima vorrei tornare su questa dimensione particolare del rapporto con il gruppo, perché avevo sempre sentito che i partigiani stavano in gruppo perché in montagna avevano paura, oltre che per fare fronte in qualche modo. Però questo aspetto, cioè il suo rapporto allora con il gruppo, visto questa assoluta libertà interiore addirittura nel fare le azioni, che era quasi oso dire anarchica... nel senso buono del termine...
Sì, in verità io spesso ho detto: ho fatto una guerra per conto mio. Perciò abbastanza anarchica sotto quell’aspetto lì, ma quando io mi trovo in gruppo, come dicevo prima rispetto le leggi e alla libertà, quando io mi trovo in gruppo, sono rispettosissimo del gruppo; solo che istintivamente tendevo a scegliere i momenti e le situazioni che mi rendevano diciamo un po’ più solitario. Io sentimentalmente navigavo, come dire, navigavo in certe situazioni... che, anche romantiche se vogliamo, di sentimento, perché non avevo una gran cultura no, come ho accennato prima, solo che essendo uno che non riesce a star fermo, mi sceglievo i punti più, proprio decisamente i più mobili se vogliamo, come da interpretare, se...
Faccio un esempio: un giorno il nostro distaccamento Monte Nero del battaglione Libertà in Carnia, si trova assolutamente senza niente da mangiare. Andiamo una pattuglia giù in pianura, attraversiamo il Tagliamento, andiamo al mulino di Trasadisc, in una maniera o nell’altra insomma il mugnaio ci regala 35 Kg di farina gialla. Avevamo uno zaino che allora era proprio uno zaino speciale, il primo zaino con le lame di acciaio dietro la schiena, io non ne avevo mai visti, e siccome ero il più mingherlino di tutti, pensatevi che pesavo 55 Kg, tanto per dire, lì c’erano ex alpini della Julia, gente che era stata in Russia, in Jugoslavia, in Albania, in Grecia, e loro si prendono lo zaino, attraversiamo di nuovo il Tagliamento e ci avviamo verso il monte Rossa, il pian del latte, ed ad un certo momento io dico "dammi lo zaino" "oh, ma se lo diamo a te non arriva più la farina su, a fare la polenta", beh, io sono arrivato con mezz’ora di anticipo su tutti loro senza zaino, con 35 Kg di farina, ecco come interpretavo certi tipi di rapporti no, avevo non so cosa, la festa che mi hanno fatto quando sono arrivato con la farina era una cosa incredibile. Hanno fatto una polenta sì e no in un quarto d’ora, hanno levato la porta della stalla e l’hanno vuotata sopra la porta. La fame! Era alta 50 centimetri, con la forma del paiolo quel giorno si è mangiato. Ma quello di star fermo di... ho fatto tante guardie, ma quella di star fermo in un accampamento senza muovere... per me era una cosa insopportabile. Ma allora i comandanti avevano capito, mi mandavano in tutti gli angoli del mondo e così, ero sempre di corsa.
Di lì sono venuto via perché erano cominciati quei famosi problemi che si sono avuti sul fronte est, dei problemi con gli slavi che tentavano di venire in Italia, sorpassando Gorizia e Udine no? Essendo noi frammisti fra noi e i garibaldini, già c'era stato qualche screzio insomma, più dialettico che altro ma, in qualche momento ci si guardava un po’ in cagnesco. Quella è stata una cosa che per me... mi è costata cara, mi offendeva sotto un certo aspetto, perché a parole prima tutti facciamo i partigiani, contro il fascismo, il nazismo, dopo discuteremo le cose politiche, certo che le cose politiche vere si sapevano poco, la maggior parte dei militari, quelli lì che potevano arrivare fino ai 25-26 anni, quelli di politica non sapevano proprio niente insomma. È stato dopo, sono state le scelte contro l’obbligo fascista di fare la guerra, più che come ideale, io ce lo avevo l’ideale, ma so che gli altri lo avevano molto meno, erano contro per essere contro. Dopo man mano che è passato il tempo si è fatta una coscienza e allora così, ma secondo me la parte politica non è stata portata a disposizione di tutti così, c’è sempre una parte di chi comanda e una di chi obbedisce, purtroppo è così, io dico purtroppo perché con gli occhi e con gli orecchi si riesce a saper tutto, ma se uno non è addestrato a capire le parole, le frasi, che si passano gli uomini fra loro, uno non si rende conto di quello che sta succedendo, bisogna capire... anche una parola solo mescolata con un certo modo di fare o con una certa piccola azione, ha un significato in certi casi molto profondo. Io ero uno specialista a interpretare queste cose, ma le interpretavo solo per me, ero un po’ come un cane affezionato al padrone che si accorge quando il padrone vuole uscire, lo capisce tre minuti prima; ma non è un ragionamento logico, un qualcosa ottenuto con dialettica, è una parte istintiva; tradurre questa dopo a beneficio di tutti è stata una difficoltà molto grossa.
Una roba che mi interessa molto, perché è anche lo scopo di questo lavoro, a noi interessa questo aspetto, perché io qua vedo una testimonianza che ha un rapporto con la politica che non è retorico. Quando si parla di memoria spesso si rischia o di volare dentro la nostalgia oppure di calcificare. Lo scopo di questo lavoro, la raccolta di questa testimonianza è quello invece di consentire alle giovani generazioni di cui ci lamentiamo tanto, perché non sanno, e io dico anche che forse non sanno perché non hanno il nonno che gli ha raccontato, cioè questa cosa non retorica, che io sento in questo racconto, forse è quello che deve... diventare viva.
Io mi prendo il merito di non fare questo tipo di retorica, ma non penso che sia la mancanza del nonno, un pochino anche quella, è la mancanza di educazione a interpretare i segnali che ci vengono dati in continuazione; questi segnali, come a me son venuti durante la guerra da prima, quando ero giovanissimo, mi é bastata una frase dell’altro "cosa vuoi sapere tu della famiglia" e questo nel giro di un quarto d’ora io ero un po’ politicamente già aggregato a ... perché poi aggregato al Partito d’Azione o a certe azioni no così, già pensavo a Benito Mussolini che sarebbe stato scalzato durante l’estate, tutte queste storie; però i segnali ci sono, ma voi vi rendete conto che noi eravamo in una società dove era molto più facile morire di adesso, era una società che non aveva mica tanto da perdonare, non perdonava proprio niente, ti facevano la pelle... cosa succedeva: che chi voleva ascoltare poteva anche proporsi così, ma ci vuole anche un bel coraggio a proporsi e allora si finge di non ascoltare e come adesso: c’è un interesse da salvare, quanti tacciono, le cose non sono giuste, non vanno bene, ma uno approfitta, l’altro approfitta e così. Non è che i giovani non possono capire, si son trovati anche in un mondo talmente diverso come comunicazioni come... cominciamo alla base: materia prima da mangiare. Noi eravamo quelli che raschiavano il tavolo per le briciole di pane no? Tutto andava bene da mangiare pur di tirare avanti, la frutta caduta dagli alberi mezza marcia che andava ripulita, si facevano le marmellate, con pochissimo zucchero, spesso con la saccarina eccetera no, ma come si fa a dire a un ragazzo di adesso "ti rendi conto che dove siamo arrivati adesso, tutto questo viene fuori da quelle cose lì?" Oggi abbiamo a disposizione un’energia enorme per contrastare la natura diciamo quando vogliamo, e allora? Io non ho mai provato a raccontare a dei giovani queste cose, bisognerebbe che loro capissero però che facendo certe cose adesso le conseguenze postume saranno molto gravi, sotto l’aspetto della libertà, ma bisogna poterla apprezzare la libertà, perché se la libertà è quella di pensare a divertirsi e vestirsi, non è la libertà di niente insomma o quasi niente, è la libertà di pensare e di poter agire, di mettersi insieme quella che vale. Questo tesoro ci viene continuamente nascosto dai mezzi di comunicazione, dalla politica, dall’autorità, è un’autorità finta. Non so come si possa fare per far partecipare loro a.... proprio basterebbe dire che al mondo ci sono 2 miliardi di persone che patiscono la fame e ce n’é mezzo miliardo che butta via la roba da mangiare, è una cosa incredibile insomma. Io prima ho detto che c’è un fascista dentro ognuno di noi, c’è un fascista e un nazista, c’è il razzista, c’è il razzista, peggiore che si possa conoscere no. Ho paura purtroppo che anche i poveri che vengono in cerca di posti dove poter vivere un pochino meglio no, lo facciano prima di tutto, per forza spinti da un interesse materiale, ma che poi si convincano loro stessi a essere così, è gravissimo. Bisognava vivere in una maniera diversa. Io sono di quelli, guardate eh, dico una cosa l’ho detta l’altro giorno a un monsignore, ho detto "Le SS avevano scritto lì sul cinturone no, "Dio è con noi" mi pare, ecco, a me sembrava proprio che Dio non fosse con le SS, e allora io sono uno piccolo e cosa così, che mi aspettavo che il Papa dicesse qualcosa, specie quando vedevo i massacri in giro no, contro questa politica nazista. Dopo il nazismo è finito, o sembra finito, il fascismo pure ma io aspetto ancora che il Papa dica qualcosa sul serio. Invece chiede perdono di cose di mille anni fa. Meglio non registrare niente di queste qua…
Un’ultima cosa, che è una cosa forse legata alla sua poetica, quella morbidità, per andare anche dentro la paura, era la mobilità della sguardo che le è rimasta per il suo lavoro di adesso?
E direi di sì, io non... vorrei dire... a parte l’aver trovato da mangiare, l’aver un po’... di rapporto non forzato con il resto della società diciamo, non difficoltoso, da fare una guerra, vorrei dire che non sono cambiato proprio niente, che interpreto ancora le cose nella stessa identica maniera di quel 28 febbraio alle 5 e mezza della sera, mentre scendevo dall’Altipiano di Asiago. Tuttavia devo dire che prima quei quindici anni e mezzo li avevo vissuti con altre cose, meno politiche ma con la stessa verve e con le stesse interpretazioni insomma. Io per la libertà mi davo di quelle cranie terribili, a 5-6 anni, non so, dicevo "adesso vado in Brenta a nuotare", avevo 5 anni, Brenta lontano 4 Km, allora erano cose... temporale, non importa, mia madre "guarda che sei irresponsabile", "sono responsabile" e via, e lei mi lasciava andare. Dopo a piedi veniva giù per gli argini del Brenta a cercarmi per forza. Ma vagli a dire non avevo ancora sei anni, ero, facevo delle scelte già prima, era una guerra personale diciamo, sono sempre stato in guerra. E adesso... gavio qualcosa altro?
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