regia e cameraman:
Maurizio Pasetti

fonico:
Mara Favero




Interviste Italia
  • Luigi Carron
  • Virginia Gattegno
  • Ivo Fantato
  • Vittoria Dornig
  • Emilio Ingaramo
  • Walter Stefani
  • Vincenzo Piovan
  • Rosanna Gasperi e Angelo Simonini
  • Marson Angelo
  • Domenico Bisatti
  • Padre Giulio Cittadini
  • Pompeo Meneghin


  • Virginia Gattegno, sopravvissuta ad Auschwitz

    Dalla deportazione o dalla guerra?

    Allora, lei se ritiene opportuno magari fare una piccola introduzione, magari a partire dalla guerra…

    Beh, io ero a Rodi.

    Le leggi razziali arrivano nel ‘38.

    Arrivano nel 38, sì.

    E dunque la guerra è stata dichiarata tre anni dopo... però già...

    Le leggi razziali sono del ‘38, sì, infatti io ho finito di andare a scuola in quel periodo, poi ho dato gli esami da privatista.

    Possiamo partire magari dalle leggi razziali.

    Sì sì.

    A quell’epoca lei quanti anni aveva?

    Dunque, facciamo il conto: 16 anni mi pare. Dunque dal 23 al quaran... al 38 non fatemi far conti...7...15? soltanto 15? Beh dipende dal mese, io sono nata a fine luglio. Comunque quello certo è il periodo... addio ci siamo…

    Spesso non sapevano cosa succedeva...

    A Rodi di sicuro no, guardi vivevamo in un’isola dentro l’isola dentro l’isola.

    Le leggi razziali in Italia arrivano nel ‘38, lei aveva 15 anni.

    15 o 16 adesso non ricordo più, 15.

    Può raccontare come ha vissuto questa situazione, la sua famiglia come viveva rispetto a queste leggi, le persone come si comportavano…

    Bene intanto devo precisare che io abitavo a Rodi nel quartiere ebraico, che non era un ghetto, c’erano un quartiere turco, greco, poi il nuovo quartiere italiano, quindi eravamo anche molto protetti, molto chiusi. Naturalmente la notizia, l’annuncio delle leggi razziali, ci è cascata in testa come un fulmine. Io ho dovuto immediatamente sospendere, io e i miei fratelli abbiamo dovuto sospendere la scuola, ovviamente, dunque avevo, sì, 15 anni, i miei fratelli penso un po' più giovani. Hanno smesso anche loro; devo riconoscere con un po' di vergogna che io odiavo talmente la scuola che in un primo momento non mi sono resa conto dell’insulto che ci era stato fatto insomma. Dopo ho dato gli esami privatamente, negli anni successivi ho potuto insegnare nella scuola ebraica locale dove mio padre era stato direttore fino alla sua morte, è morto giovane, a 50 anni nel suo letto: l’unico della famiglia.

    Queste leggi ovviamente sono state vissute molto all’interno di questa comunità, senza scontri col mondo esterno. Diciamo che non abbiamo avuto riscontri, nessuno che abbia detto qualcosa, che ci abbia insultato o che so io, tanto è vero che poi quando è arrivato il momento della deportazione siamo stati, come posso dire, non eravamo assolutamente preparati perché non avevamo avuto segni di ostilità dalla gente del posto anche perché vivevamo fra di noi. Da quei pochi greci che bazzicavano per il quartiere o dai soldati italiani che bazzicavano il quartiere ebraico, non abbiamo avuto nessuna reazione negativa...

    Se posso arrivare direttamente al momento della deportazione, posso dire che è stata... siamo stati presi con l’inganno; sono stati chiamati prima gli uomini con la scusa di qualche cosa, una revisione delle carte di identità o qualcosa del genere; gli uomini sono andati a consegnarsi, li hanno trattenuti, naturalmente i nazisti. Ci hanno fatto sapere che dovevamo presentarci donne bambini e vecchi, altrimenti avrebbero ucciso gli uomini e ovviamente ci siamo consegnati tutti come pecore al macello, senza la possibilità di salvezza, a parte che non si poteva scappare: eravamo in un’isola. Ma neanche la possibilità di reagire, eravamo troppo fulminati da questa cosa, ci hanno cacciato dentro in un edificio che probabilmente era o la scuola o la comandatur, ci hanno cacciato dentro a pugni e a calci e non c’è stato nessuno che abbia reagito ma mica per vigliaccheria o per vergogna o cosa, bensì per l'enormità di quello che ci stava succedendo. Per cui non avevamo capacità neanche di lamentarci, a parte che se ci lamentavamo ci arrivava il resto. Quindi da lì poi dopo qualche giorno chiusi là dentro dove abbiamo mangiato come abbiamo potuto ci hanno imbarcato al porto di Rodi su due navi da carico penso, o navi cisterna forse, sulla banchina del porto. Ecco, questa è una cosa che si è fissata nella memoria: una vecchia che avevano preso non so se dall’ospedale o dalla casa di riposo, è morta sulla banchina mentre noi ci imbarcavamo, abbandonata lì sul molo. Il viaggio è stato orribile. Se volete che entri in particolari bene, se no procedo fino all’arrivo al Pireo.

    Entriamo nei particolari.

    Particolari. Eravamo ammassati nella stiva con pochissimi viveri anzi non so addirittura se ce ne abbiano dati o se avevamo ancora qualcosa con noi. Devo precisare che a Rodi si faceva già la fame, perché non arrivavano viveri da fuori, c’erano le truppe sia italiane che tedesche e bisognava prima di tutto nutrire le truppe. E lì scene indescrivibili, tutti ammucchiati lì, quasi tutti col mal di mare a vomitare eccetera; dopo qualche giorno, non saprei più quanti, i numeri mi spariscono dalla testa, siamo arrivati al Pireo. Al Pireo siamo rimasti anche lì 2 o 3 giorni, mi è sparito completamente quel ricordo, io non ricordo quei giorni al Pireo cosa è stato, cosa abbiamo fatto, come ci siamo trovati, eravamo ancora sotto choc.

    Da lì ci hanno messo nei vagoni, vagoni bestiame naturalmente questo lo sapete, ed è cominciato il viaggio, l’ultima destinazione per Auschwitz. Durante il tragitto sono morte ovviamente altre persone, perché eravamo chiusi, in numero non so precisamente ma 70 80 per... Insomma in pratica non ci si poteva sdraiare, facevamo a turno per sdraiarci. Non c’era quasi da mangiare, c’era un sacco di... una cosa curiosissima fra l’altro, un sacco di uva passa e uno di cipolle, così ci siamo nutriti in modo così strano fino che ci è rimasto un boccone di pane, di quello che avevamo portato con noi, abbiamo distribuito le ultime briciole prima di arrivare ad Auschwitz ancora. E lì è il momento che ricordo con più dolore perché dei due fratelli che avevo, uno quasi diciottenne e l’altro di quattro anni, quello di 18 anni si è comportato in quel momento come un uomo, con coraggio con calma, e ha distribuito lui l’ultimo boccone di pane a tutti quanti, ma ormai eravamo più morti che vivi, all’arrivo non stavamo più in piedi.

    E poi siamo arrivati ad Auschwitz, e lì è cominciata intanto la separazione, che le persone anziane e i bambini piccoli in genere venivano strappati subito, credo siano stati uccisi subito, e le donne separate dagli uomini. Io non ho fatto in tempo neanche a voltarmi a dire "ciao mamma", non so, qualche cosa, non ho più visto nessuno. Sono rimasta per fortuna con una mia sorella, quasi coetanea, con la quale ho vissuto fino agli ultimi giorni di Auschwitz. Ecco, questo molto alla grossa. Se volete fare una pausa, forse possiamo pensare un momento come proseguire.

    Andiamo a flusso, tanto non abbiamo problemi. Il rendersi conto della situazione fino a che punto era?, fino a che punto era la consapevolezza di quello che quello che stava per succedere...

    Quasi nulla, siamo stati precipitati in un girone infernale, una cosa che è difficile da descrivere perché sembrava... non sembrava reale prima di tutto, questo treno che è arrivato ad un punto morto, c’era quel famoso arco in ferro battuto che diceva "il lavoro fa la libertà", l’ultimo insulto. E subito, si era verso sera ormai, gli SS ci hanno tirato giù dai vagoni con urla bestiali, tirati giù tutti e divisi, al momento, subito, quindi siamo stati subito separati, subito entrati in questa atmosfera dantesca, direi, qualcosa che superava qualsiasi immaginazione, per cui non c’è stata... io ho sentito solo gli urli di una madre a cui avevano strappato la bambina dalle braccia. E subito ci hanno avviati in una baracca, dove ci hanno spogliati completamente, uomini e donne insieme, rapati da capo a piedi, non entro in dettagli, tutto davanti agli uomini, e dopo ci hanno avviate a una stanza dove non ricordo se abbiamo fatto una doccia allora; ci hanno rapate intanto perché eravamo ovviamente piene di pidocchi, quella poteva sembrare una misura sanitaria, in realtà era già il principio dell’annullamento della persona; il fatto di spogliarci nude, raparci da capo a piedi, davanti agli uomini e... Dunque la mossa successiva è stata di mettersi in questa stanza dove erano raccolti stracci di gente che era passata per di là, e bene o male ci siamo rivestite, ma... con cose assolutamente insufficienti a coprirsi e con le teste rapate poi; era ancora estate però da lì a poco è cominciato l’autunno polacco che... insomma era freddo; scalze infatti ci si sono congelati i piedi. E a quel punto lì... no aspetti saltavo il momento del tatuaggio sul braccio. Non ricordo nello spazio di quante ore o giorni siano successe queste cose, le vedo come dei flash successivi. Ci hanno marcato con il numero, e da quel momento siamo entrati a far parte della schiera di questi non-esseri umani. Solo dei numeri. Non abbiamo più sentito il nostro nome, da quel momento. È iniziata la vita nei campi, il lavoro forzato, la fame, le botte, e tutto il resto che potete immaginare.

    A fine gennaio del ‘45 sono arrivati i russi. C’è una bellissima descrizione nel libro di Primo Levi, che consiglio a tutti, me lo porto anche dietro quando vado a parlare con i ragazzi, che descrive l’arrivo dei soldati russi in un modo stupendo. Però è arrivato prima un drappello in avanscoperta, e prima che… Ah!, dimenticavo di... ce ne sarebbe... io e mia sorella ci eravamo salvate diciamo così perché essendoci congelati i piedi, ci avevano esonerate dal lavoro e messe in una baracca cosiddetta ospedale, dove non si faceva niente praticamente, mi pare mi abbiano medicato i piedi tutti piagati e lì abbiamo aspettato la fine praticamente. I russi però sono arrivati dopo un po' di giorni, non avevamo più niente da mangiare perché i nazisti erano scappati portando via la maggior parte di quelli che erano ancora nei campi, noi non ci hanno... o non hanno fatto in tempo, o ci hanno lasciate lì perché non potevamo camminare, questo non lo so... comunque abbiamo vissuto quei giorni prima dell’arrivo dei russi praticamente morendo uno dietro l’altro... io che ero, tra me e mia sorella, quella un pochino in migliori condizioni, nell’inverno polacco ho girato per il campo in cerca di avanzi di cibo, per poter sopravvivere. Fino a che è arrivato il grosso dei russi e hanno organizzato le cucine e così abbiamo ricominciato a recuperar forze e... Comunque a me mi hanno beccato subito per lavorare, ho cominciato a pelar patate e a far la guardia agli altri più mo... più morti di me insomma agli ammalati.

    È curioso come in ogni circostanza per quanto drammatica ci sia sempre lo spunto umoristico: che dunque, io e una jugoslava eravamo adibite al turno di notte di sorveglianza in queste camerate dove dormivano i superstiti. Io facevo... dormivo la prima parte della notte, dopo mi svegliava la jugoslava e prendeva il mio posto; solo che non ci capivamo assolutamente e lei mi buttava giù dal letto gridandomi "fascista!", che era proprio il colmo! Chissà poveretta cosa aveva passato al suo paese, quindi essendo italiana io ero fascista, non riuscivo a spiegarle che sì, io ero italiana, ma ero un’ebrea internata e non ero un fascista. E non ho potuto difendermi, "non c’è nien’ a fa’", ogni notte era questa scenetta tragicomica... mi sono ripresa un po’ alla volta, ho recuperato peso e abbiamo passato sei mesi circa con i russi. Quindi complessivamente un anno giusto, perché ho compiuto i 21 anni andando e i 22 tornando.

    Poi il viaggio di ritorno è stata un’altra cosa tragicomica, che potrei scriverci un libro ma fatevi conto "La tregua" di Primo Levi, è un po' sul genere che è capitato a noi... Sa eravamo giovani, lo slancio vitale era ancora forte malgrado tutto quindi... questo viaggio di ritorno, sebbene molto duro, molto difficile, senza provviste da mangiare, ci siamo arrangiati. Siamo arrivate a Roma grazie a Dio, pieni di scabbia, che era il minimo che ci potesse capitare. E siamo state aiutate da un ragazzo siciliano, che negli intervalli... perché questo treno si fermava ogni tanto, non si sapeva dove, quando, quanto si fermava, quindi approfittavamo quando sembrava che la tregua... la sosta fosse un po' lunghetta ci precipitavamo a... ai bagni a darci una rinfrescata e una volta per un pelo non abbiamo perso il treno abbiamo agguantato l’ultimo vagone con l’aiuto del... Salvatore che ci ha preso al volo al di là della staccionata e ci ha rimesso su e così siamo arrivate in Italia.

    I dettagli poi sono infiniti. Abbiamo incontrato una volta una colonna di ebrei che stavano partendo per la Palestina, avevano un po' di provviste e ci hanno dato del pane e un po' di marmellata qualcosa, insomma in qualche modo ci siamo nutrite. Salvatore andava a rubare per i campi, portava mele, portava patate che cucinava sotto il treno, poi ha fatto venire una diarrea spaventosa a tutto il vagone, ci ha fatto mangiare delle mele che non vedevamo da un anno, probabilmente un po' acerbe, quindi è stata un’altra tragicommedia. E siamo arrivate a Roma. Non siamo tornate a Rodi, parlo di me e mia sorella, perché a Rodi non avevamo più niente né nessuno; a Roma avevamo ancora dei parenti, speravamo di trovarli vivi, li abbiamo trovati e di lì comincia un’altra storia poi. Questo proprio a volo d’uccello...

    Sì, sì. Ad Auschwitz c’erano le camere a gas...

    Uh...uh...

    Era una domanda retorica... voi capivate questa situazione...

    Adesso le dico una cosa incredibile: talmente eravamo ingenue che io e mia sorella non ci abbiamo creduto, non abbiamo creduto alla presenza di camere a gas e crematori. Dei crematori poi ci siamo rese conto anche perché si sentiva il puzzo, si vedevano i fuochi, ma non pensavamo esistessero veramente le camere a gas, sembrava una cosa talmente al di là dell’immaginazione umana che... questo poi ci ha salvato dai terrori, perché gli altri stavano lì con l’anima in angoscia perché non sapevano quando toccava a loro, che molto spesso ci dicevano di portarci alle docce, e le docce in realtà erano le camere a gas. Ce ne siamo rese conto solo gli ultimissimi tempi. In un certo senso ci ha risparmiato un bel po' di angosce. Comunque le abbiamo viste dopo le... sia i crematori che le camere a gas, le abbiamo viste dopo. Vogliamo fare una pausa? Non so come devo proseguire...

    Come donna all’interno del campo di concentramento... come cioè... come sentiva la sua... la sua personalità, perché, voglio dire, gli uomini... in qualche modo...

    No, non eravamo più né uomini né donne.

    Non c’era più questo...

    No, tanto bisogna tener conto che in capo a qualche settimana eravamo già degli scheletri, quindi non avevamo più né forme né faccia di donne, pelate, senza più seno né niente, proprio... qualcuna ci ha messo di più, qualcuna di meno, io ero già magra sono uscita dal campo che ero credo sui 35 chili pressappoco, quindi anche la femminilità era sparita, più indifese di altri forse non so... qualcuna, sì, c’era qualcuna: quello poi è stato un mistero veramente perché alcune... noi siamo rimaste con le donne naturalmente, gli uomini non gli abbiamo più visti. Alcune che sembravano in migliori condizioni fisiche, anche perché avevano potuto mangiare, magari di famiglie più abbienti, che potevano comprare al mercato nero, sono morte in pochissimo tempo; io e mia sorella che eravamo già due spaghetti, chissà perché ci siamo salvate, questo è uno dei misteri di Auschwitz... i sommersi e i salvati, chissà perché... Che cosa ci abbia aiutato non lo so... il fatto che eravamo molto giovani prima di tutto ben inteso, per me, per qualcuno è stata anche la religione forse la fiducia in un dio, non so, io non ho mai pregato ad Auschwitz, non sono mai riuscita a pregare. Forse l’unica forma di preghiera che ho espresso è il desiderio di non morire lì, in quel fango, in quel buio, in quell’orrore, ma fuori! Infatti quando sono stati aperti i reticolati la prima grande soddisfazione era stata uscire e rientrare liberamente. Ditemi voi se devo parlare ancora di Auschwitz perché Auschwitz è una cosa enorme che... non si può esprimere...

    Adesso prega?

    No.

    Ma perché non si può più dopo Auschwitz pregare o...

    No, direi che .... io ho avuto un’educazione ebraica ma molto all’acqua di rose diciamo, non certo da fondamentalisti, non molto osser... si osservavano le feste principali, non molto oltre, avevamo sì la coscienza di essere ebrei, perché veniamo trattati in modo diverso, ma non ero molto religiosa neanche allora, non credo: da questo punto di vista non è stato Auschwitz a farmi perdere la fede; diciamo piuttosto nel corso della vita, le cose che vedo non mi fanno pensare a un dio, forse c’è ma non è quello che noi ci immaginiamo, non prego anche non prego per me anche perché dico: "Ma perché dovrebbe occuparsi di me, se esiste, perché non del bambino che sta morendo di fame di sete di malattie, perché devo chiedere qualcosa per me, com’è possibile?" Quando si parla di miracoli poi è una cosa che mi fa andare in bestia, che dico "Ma allora questo dio così giusto e misericordioso fa un miracolo a Tizio e a Caio no, perché?" Non posso accettarlo. Ecco, non posso dirmi atea, ecco questo no, alcune cose dell’ebraismo mi sono gradite, per esempio il "saabbato" secondo me è una cosa importante anche se poi non lo osservo molto, però penso sia un pilastro proprio dell’ebraismo; perché, un giorno alla settimana non occuparsi di cose materiali, non avere impegni di qualche tipo, ma solo riflessione, comunicazione con la natura, poi uno lo vive come gli riesce il sabbato; trovo sia una delle idee più belle dell’ebraismo per molte altre cose "non me va" insomma. Mi è toccato nascere ebrea, ho due figlie che secondo la legge ebraica sarebbero ebree perché nate da madre ebrea; però io ho sposato un cattolico e ho fatto matrimonio misto, vi interessa proseguo?

    Le due figlie sono state battezzate, mi sono occupata io della loro educazione religiosa, poi sono riuscita a portarle fino alla cresima, dopo di che sono sparite dal cristianesimo... ogni tanto mi faccio anche degli scrupoli perché dico "ma insomma..." Mio marito non se ne occupava per niente, io che ero l’ebrea e gli ho insegnato il Padre Nostro, l’Ave Maria, l’Angelo Custode e via discorrendo; in più hanno seguito naturalmente i corsi di catechismo a scuola, che credo è quello che le ha allontanate... completamente poi...

    Io volevo tornare alla sua famiglia... lei è partita con la sua madre...

    La mamma, mia nonna, la madre di mio padre, due fratelli uno di 18 e uno di 4 anni e mia sorella. Non parlo di parenti più lontani, la famiglia stretta. Papà come ho detto era morto di polmonite, a quel tempo si moriva di polmonite, 51 anni, è l’unica tomba che ho di famiglia infatti, quando ho potuto, mi sembra dopo 43 anni, sono andata a Rodi a visitare la tomba di mio padre, i posti dove avevamo vissuto...

    Sua mamma e i suoi fratelli... come ha saputo che loro non c’erano più, come ha scoperto questo?

    Questo un po' alla volta, la realtà si è imposta un po' alla volta, poi qualcuno mi ha detto proprio di mio fratello, quello grande che è morto in una miniera... alla vigilia della liberazione... quella è la cosa che ho pianto di più forse... i piccoli e gli anziani li uccidevano subito così non c’erano problemi da affrontare... ho poi degli altri parenti a Salonicco, in Italia... di Salonicco so che ne sono stati deportati molti... dall’Italia dei miei no... facciamo una pausa o volete indicarmi voi?... Se mi fate qualche domanda mi aiutate...

    Sì è parlato della fede in Dio sia in ebraismo che cristianesimo. Ma, dopo il ritorno da Auschwitz, allora lei è andata a Roma da parenti… la fede, o la fiducia... non so, l’attenzione alle persone che si trovava davanti, cioè persone che non fossero tedesche, fascisti, com’era l’approccio con le persone con le quali cominciava a riavere dei contatti?

    Sì beh, all’inizio pochissimi contatti, devo dire che... ho avuto un paio di episodi... mentre giravamo per Roma, ho sentito la frase "ne hanno ammazzati troppo pochi", e questo è uno dei motiv... il fatto che sentissimo ancora in giro questa incr... questa incredulità, questa ostilità anche, credo che a me, come a molti altri sopravvissuti, abbia impedito di parlare per anni, per anni e anni, neanche con le mie figlie, poi è arrivato il momento, un po' si sono svegliati tutti, passata la generazione, si sono resi conto che gli ultimi superstiti se ne stavano andando, che era il momento di raccogliere testimonianze e così è cominciata questa mia esperienza, ho cominciato a girare per le scuole, dove mi chiamavano, molte scuole, qualche intervista, radio, televisioni, ma insomma a me è piaciuto soprattutto parlare con i ragazzi. Io ero insegnante elementare, forse questo mi ha aiutato nel contatto con i ragazzi; ma ho fatto una vita molto ritirata devo dire, con la famiglia di mio marito, ho scoperto un po’ tardi che erano fascisti, ma insomma, pure brava gente, non posso dir niente. Poi in Africa pochissime relazioni, pochissime proprio, ho fatto una vita molto isolata.

    Diciamo che dopo la morte di mio marito, io avevo 40 anni appena, ho ricominciato ad insegnare, e credo che il contatto con i bambini sia stato faticosissimo, perché non... avevo più né la gioventù né l’esperienza di scuola, però è quello che mi ha gratificato di più, il contatto con i giovani, con i bambini prima, proprio ieri ho incontrato... mi vedo venire avanti una giovane donna bruna; mi guarda, "maestra! sono io, sono Giovanna" le ho buttato le braccia al collo, non la vedevo dalla 5° elementare ed ora era una giovane donna... Molti dei miei ex alunni mi ricordano e dicono che sono stati gli anni più belli, io non credo di essere stata un gran che come insegnante, ma mi sono detta che i miei alunni non avrebbero sofferto di oppressione, di repressione, probabilmente "mi son fatta criticà", no, senza probabilmente, mi sono fatta criticare, perché non potevo accettare il ruolo autoritario e non è una cosa da niente conciliare quel po' di autorità che è necessaria con la libertà degli alunni. "M’hanno fatto svenare"... però sono stati tanto belli, m’hanno insegnato più loro di quello che gli ho insegnato io veramente. Forse... peccato che poi il momento in cui ero professionalmente avevo... avevo fatto le mie esperienze e avevo creato... mi ero creata un mio metodo, che mi sarebbe andato bene, che era forse anche un po’ in anticipo sui tempi, ma ho dovuto lasciare a 62 anni, avevo fatto i 20 anni, devo continuare? E avevo finito una quinta, avrei dovuto ricominciare con una prima, ho avuto paura di non farcela, tanto affrontare una prima, io aveva già una certa età, poi l’idea di mollarli a metà, ho deciso di andare in pensione. Ho avuto... chiamiamo, diciamo per fortuna una pensione di guerra, con la quale ho arrotondato la mia, e ho potuto vivere e tirar su le figliole.

    Come ha insegnato la storia a quei bambini?

    Intanto me la son dovuta studiare io la storia! Le dirò che erano bambini delle elementari; beh la storia sa, si cominciava in terza a fare la storia del bambino, cominciare a fare la storia della famiglia, portare non so, documenti, certificati di nascita, far capire al bambino che c’era uno svolgimento nella vita di ognuno e che quella era storia. Dopo evidentemente si attaccava con la storia vera e propria; ma insomma a livello elementare, non è che ho potuto insegnare un gran che. Però uno dei miei alunni dice che ancora, quando è stato alle scuole superiori si è ricordato di una lezione di storia che avevo fatto io e che ha ritrovato alle scuole superiori, ma dice "la sua era meglio", la sua lezione era meglio. Gli ho dato tanta libertà. Adesso sono uomini e donne naturalmente.

    Ma alla luce della sua esperienza signora, la storia insegna davvero qualcosa, si può imparare dalla storia?

    Chi è disposto ad imparare, chi no se la butta dietro le spalle. Tant’è vero che ci sono i revisionisti... come si fa non lo so. La storia dovrebbe insegnare sì, ma forse non si fanno gli stessi errori ma se ne fanno degli altri, come succede anche nella vita delle persone, e lo sa chi sono gli esperti vero? Sono quelli che hanno già fatto tutti gli sbagli, quindi sono esperti, così si possono fare altri sbagli. Mi auguro che almeno certe lezioni siano state imparate, ma credo che in Europa la democrazia ormai abbia basi solide insomma, almeno nell’Europa unita. Non so, altrove purtroppo le cose vanno male.

    Allora lei prima mi diceva "la musica mi ha salvato"...

    Ma, la musica ha fatto parte della mia vita da sempre, anche se i mezzi erano pochi; da piccola, ricordo che avevamo quella dozzina di dischi e quando la sera ci raccoglievamo, ci raccoglievamo a sentire un po’ di musica, è stata la mia prima esperienza, il primo approccio con la musica; che poi erano un po’ di canzoni, qualche motivo orientaleggiante, qualche brano da qualche sinfonia forse, però è stata subito una passione mi ha accompagnato tutta la vita. Quando sono stata in grado di fare le mie scelte, ho cominciato a comprare dischi a rotta di collo e non la finisco ed è una fame quasi insaziabile, del resto è un mare la musica, non è che si finisca un giorno "beh, adesso c’ho 300 dischi mi posso fermare"; c’è sempre cose nuove da sperimentare, quest’anno è stato l’anno della musica etnica, in particolare, però poi mi sono comprata anche una messa di Bach, perché vado da Bach al rock and roll, senza problemi.

    Perché mi ha salvato la vita? Perché mi ha aiutato a vivere, mi ha dato gioia nei momenti buoni e mi ha sostenuto nei momenti più brutti quando forse era più facile morire che vivere.

    Ma c’è un episodio specifico, può fare un esempio particolare in dettaglio?

    Non direi... non direi... ho avuto delle fasi in cui prediligevo una musica poi è subentrato il gusto per altre musiche. Un episodio non posso... sì, mi sono chiesta in questi ultimi anni, che sono stati molto felici, "se non ci fosse stata la musica non sarei arrivata al suicidio?" Non lo so, e... non mi posso buttare dalla finestra: perché è bassa... e sono anche una fifona... Poi dico "finché ci sono delle cose belle da godere sto de qua", se mi riesce, ancora un po’. Credo che per me la morte sia soprattutto la fine delle emozioni estetiche, il resto non mi interessa; le mie figlie sono grandi, sono ben avviate tutte due, e non hanno bisogno di me, sono piuttosto io ad aver bisogno di loro casomai. Che cosa mi lascio dietro? Posso andarmene tranquillamente. Ma vorrei portarmi dietro la musica, "non se po’". La musica, qualche visione di Venezia, qualche visione dell’Africa, i posti belli che ho visto, Rodi l’ho rivista con grande emozione quando ci son tornata, ho attraversato... mi son trovata a casa praticamente, solo che in quello che era il quartiere ebraico non c’erano più ebrei, c’erano greci, la popolazione ebraica era sparita salvo credo un paio di famiglie che essendo di nazionalità turca, per intervento del console o qualche autorità turca, non sono stati deportati perché la Turchia era neutrale e non potevano toccarli. Loro sono gli unici che si sono salvati. È stato molto emozionante tornare a Rodi che è bellissima. Emozionante e triste perché camminavo in mezzo ai fantasmi praticamente.

    Ditemi pure voi se...

    La guerra, nonostante sia stata una cosa tragica per lei, le ha potuto insegnare qualcosa?

    Mi ha insegnato che esiste il male purtroppo, e che dobbiamo comunque lottare. In una delle mie più brevi interviste avevo citato una frase di Pascal, io non riesco a star ferma scusate, è una frase di Pascal che diceva "non c’è bisogno di credere per combattere", cioè bisogna combattere comunque contro il male perché se no vuol dire arrendersi, anche se sappiamo che è una battaglia mezza... mah persa, persa e vinta ogni ora del giorno, ogni tanto qualche cosa ci fa riprendere fiducia, esiste il bene, esiste, perché esistono delle persone eroiche o anche semplicemente buone, umane, che si son prestate a rischio della loro vita, ho avuto delle prove anch’io, non ho perso, non ho perso totalmente fiducia nell’umanità ecco. Sa c’è... non so se una leggenda o un detto, nel Talmud, io non ho letto il Talmud, ben inteso, però mi è stata riportata questa frase, che l’umanità si salva per la presenza di 36 giusti che vivono fra di noi, che noi non conosciamo forse ma che son quelli che salvano l’umanità. E forse questa può essere una cosa che ti tiene su il morale un po’. E poi il fatto di esercitare la bontà, anche quella è un modo di combattere. Che purtroppo io mi metto nei pasticci per aiutare la gente, non ho imparato a difendermi, è strano eh? Altre domande?

    C’è ancora qualcosa che sarebbe opportuno secondo lei aggiungere in questa testimonianza che sarà conservata integralmente e avrà la possibilità di dialogare attraverso le nuove tecnologie, cioè lei incontrerà idealmente altre persone che hanno vissuto la seconda guerra mondiale in Europa, inglesi, francesi, anche tedeschi e naturalmente tanti italiani; ecco c’è qualcosa che questa ideale comunicazione con queste persone che hanno attraversato questa pagina tremenda del XX secolo si può in qualche modo... lei si sente in qualche modo ...

    Di comunicare?

    Di comunicare?

    Ma in un certo senso nel mio piccolo ho creato una rete di comunicazioni. Nell’altra casa, tanto per dirne una, nell’altra casa io avevo una stanza in più. E per diversi anni ho ospitato ragazze straniere, di molte provenienze diverse, ho avuto anche un’araba, ho avuto per un breve periodo perfino un giapponese, sempre ragazze in genere; dunque aspetti, faccio i conti: l’araba è stata la prima, un’italiana, un’inglese, una tedesca, una israeliana, una messicana, una polacca e... Ho perso il conto e il fatto di essere riuscita a comunicare, a convivere con queste ragazze, perché io non affittavo semplicemente una stanza, poi l’affittavo per molto poco, vivevano con me le ragazze, dividevano la mia vita; quindi non è stato un semplice rapporto locataria-inquilina; c’è stato con alcune una vera amicizia che ancora dura, c’è questa messicana che viene a trovarmi ogni tanto, una bellissima ragazza fra l’altro, e sono rimast... sono rimaste in contatto con me; penso che nel mio piccolo ho fatto, ho costruito qualcosina... senza... non posso dire che non mi è costato sacrificio, certo dividere la casa e la propria vita con una persona estranea non è senza inconvenienti, però senz'altro accanto a qualche inconveniente c’è stato un arricchimento per me e suppongo anche per queste ragazze. Se ho lasciato qualche seme qua e là, penso di aver fatto la mia parte insomma, nel mondo. Sono ancora in contatto con questa giornalista tedesca che veniva per il festival, poi ha preso l’abitudine di venirmi a trovare, così, semplicemente. E comunichiamo tranquillamente, non ho avuto mai nessun problema con nessuna, forse la polacca mi è rimasta un po’ freddina, ma lei come temperamento, non che i rapporti fossero freddi, bella figliola anche quella, tutte belle ragazze mi sono capitate. Ogni tanto mi dico "le mie girls". Però ogni tanto per accogliere persone che hanno bisogno di parlare, bisogno di compagnia, mi metto nei pasticci. E questo è inutile che ve lo racconti, sono cavoli miei, che mi devo "sbroglià" da sola, le mie figlie che evidentemente sono di un’altra generazione, mi dicono "mamma, impara a dir di no", però ancora non mi riesce, forse verso i novant’anni chissà, c’ho ancora qualche "speranziella". Che poi, malandata di nervi come sono, mi trovo nei pasticci, con gente che non mi sta nemmeno simpatica, c’è una... beh questi sono dettagli privati.

    Io sarei anche contento di questa testimonianza che ha un aspetto... Ana volevi aggiungere qualcosa?

    Solo una domanda. Volevo purtroppo tornare alla guerra. Lei, lei appunto ha detto che non aveva ben capito prima di arrivare lì cosa la aspettava anche dentro...

    No, no, non è che non l’abbiamo capito, proprio non lo sapevamo; anche perché vivevamo in una comunità molto ristretta, in un’isola, in un quartiere in cui si faceva una vita molto raccolta... non c’avevamo mica né la radio, né la televisione, né altri media...

    Quando lei era lì, quando qualche volta ha potuto pensare che quell’incubo poteva finire, che cosa pensava, in che futuro lei pensava, cosa si aspettava?

    Mentre ero nel campo? Solo di essere fuori da quel reticolato. Non andavo oltre, cioè con l’immaginazione vivevo quel momento di uscire di là, e non andavo oltre, non pensavo cosa avrei fatto dopo, cosa mi aspettava, ero giovane ovviamente, l’istinto vitale era forte ancora, ma è stata dura, è stata una vita dura; con qualche soddisfazione, con qualche amore… C’è stato spazio per l’amore, e come no, e come no, per le amicizie… C’è ancora qualcuno che vuol sposarmi, un vecchio matto là... non ci penso nemmeno.

    Allora io direi che…

    Basta così?

    Sì.




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